70 anni fa Hiroshima e Nagasaki

7 Ago, 2015
Categoria:

L'arte della guerra

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70 anni fa Hiroshima e Nagasaki

Quel fungo ancora su di noi

Manlio Dinucci

Il manifesto 6 agosto 2015

 

 

«E’ una bomba atomica, la forza da cui il Sole trae la sua energia»: così il presidente Harry Truman descrive la terrificante arma che, il 6 agosto 1945, gli Usa sganciano su Hiroshima, seguita due giorni dopo da una bomba al plutonio su Nagasaki. La principale ragione dell’impiego dell’arma nucleare non è costringere alla resa il Giappone, ormai allo stremo, «senza perdita di vite americane», ma impedire che l’Unione sovietica partecipi all’invasione del Giappone ed estenda così la sua influenza alla regione del Pacifico. Gli Stati uniti cercano di trarre il massimo vantaggio dal fatto che, in quel momento, sono gli unici a possedere l’arma atomica.56630-750x420
Appena un mese dopo il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki, al Pentagono già calcolano che occorrerebbero oltre 200 bombe nucleari contro un nemico delle dimensioni dell’Urss. Gli Usa hanno già 11 bombe quando, il 5 marzo 1946, il discorso di Winston Churchill sulla «cortina di ferro» apre ufficialmente la guerra fredda. Nel 1949 gli Stati uniti hanno abbastanza bombe nucleari (oltre 200) da attaccare l’Unione sovietica. Nello stesso anno, però, l’Urss effettua la sua prima esplosione sperimentale. Comincia la corsa agli armamenti nucleari.
Il vantaggio a favore dell’Occidente cresce quando, nel 1952, la Gran Bretagna effettua la sua prima esplosione nucleare. Nel 1960 la Francia fa esplodere la sua prima bomba al plutonio. Inizia in questo periodo lo schieramento dei più micidiali vettori nucleari: i missili balistici intercontinentali. Negli anni Sessanta, i paesi dotati di armi nucleari passano da quattro a sei: la Cina fa esplodere la sua prima bomba nel 1964; Israele comincia a produrre segretamente armi nucleari probabilmente nel 1966. Negli anni Settanta, i paesi in possesso di armi nucleari aumentano da sei a otto: l’India effettua il suo primo test nel 1974; il Sudafrica effettua segretamente un test congiunto con Israele nel 1979. Inoltre, nel 1998, il Pakistan ammetterà di possedere armi nucleari, precedentemente costruite.
Dal 1945 al 1991, l’anno in cui la disgregazione dell’Urss segna la fine della guerra fredda, vengono fabbricate circa 130mila testate nucleari: 70mila dagli Stati uniti, 55mila dall’Unione sovietica. Altre 5mila vengono fabbricate da Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Sudafrica. Successivamente, dal «club nucleare» esce il Sudafrica, ma vi entra la Corea del Nord.
Mentre il clima della guerra fredda comincia a cambiare, Usa e Urss firmano nel 1987 il Trattato sulle forze nucleari intermedie, che elimina i Pershing 2 e i Cruise statunitensi schierati in Europa occidentale, anche a Comiso, e gli SS-20 schierati sul territorio sovietico. Questo importante risultato è dovuto principalmente all’«offensiva del disarmo» lanciata dall’Unione sovietica di Gorbaciov: il 15 gennaio 1986, essa propone di attuare un programma complessivo per la messa al bando delle armi nucleari entro il 2000. Se gli Stati uniti accettassero tale proposta, si avvierebbe un reale processo di disarmo.
A Washington approfittano invece della disgregazione dell’Urss e della conseguente crisi russa per acquisire nei confronti di Mosca un crescente vantaggio anche nel campo delle forze nucleari. Trattati come lo Start I, firmato nel 1991, stabiliscono delle riduzioni quantitative degli arsenali nucleari, ma rendono possibile il loro ammodernamento. Campo in cui gli Usa pensano di poter prevalere, mentre a un certo punto si trovano di fronte una Russia che ha di nuovo la capacità di ammodernare il proprio arsenale. Washington rilancia il programma nucleare militare, investendovi miliardi di dollari.
Si arriva così alla situazione odierna. Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16300, di cui 4.350 pronte al lancio. Sono stime approssimative per difetto, in quanto nessuno sa esattamente quante testate nucleari vi siano in ciascun arsenale. E la corsa agli armamenti nucleari prosegue con la continua modernizzazione degli arsenali e la possibilità che altri paesi, anche firmatari del Tnp, li costruiscano.
Per questo la lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse», il segnatempo simbolico che sul Bulletin of the Atomic Scientists indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda. Quello che scientificamente si sa è che, se la lancetta arrivasse a mezzanotte, suonerebbe l’ora della fine dell’umanità.

 

 

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