A Lucca mai!

9 Dic, 2013
Categoria:

Letture nostrane

La fantascienza italiana torna a passare da Lucca

 

 Luciano Lucianidownload

 

Chissà cosa aveva davvero in mente Carlo Fruttero, quando, nella prima metà degli anni Sessanta, (i formidabili Sessanta, che poi, per chi c’era, tanto formidabili non erano, anzi…), si produsse in quella famosa battuta, secondo la quale “A Lucca mai!”.
Per essere più precisi, e quasi parafrasando le parole dello scrittore e giornalista torinese, un disco volante poteva atterrare in qualunque parte del mondo: a New York, a Londra, a Pechino, a Mosca e questo sarebbe stato ragionevole e plausibile. Lo stesso disco volante, però, non sarebbe mai potuto atterrare a Lucca. Fuor di metafora, l’affermazione stava brutalmente ad indicare l’impraticabilità di una via italiana alla fantascienza: un giudizio tranchant che aveva nel mirino non tanto i minacciosi extraterrestri, quanto la pattuglia degli scrittori italiani di esse/effe, che, proprio in quegli anni, diventava sempre più vivace, numerosa, credibile.
La rilevanza del personaggio, allora direttore dei Romanzi di Urania e compilatore di antologie che, pure, avevano straordinariamente favorito diffusione di temi e conoscenza di autori stranieri, bloccò per almeno vent’anni la crescita di una fantascienza italiana ed è stato responsabile del clima di scetticismo e sfiducia che ha circondato a lungo il lavoro di scrittori giovani e meno giovani. Quella spiritosaggine, ribadita poi in più di un’occasione dallo stesso Fruttero, dette il via ad vera e propria “sindrome di Lucca” che ha condizionato pesantemente orientamenti e scelte di editori, autori, lettori.
luccaChissà cosa aveva davvero in mente Carlo Fruttero…Forse il suo fu il rigurgito di provincialismo di un letterato ed un organizzatore di cultura tutt’altro che provinciale? Forse agirono le non troppo nobili preoccupazioni della bottega mondadoriana che vedeva come il fumo agli occhi l’aggressiva concorrenza di altre editrici di fantascienza che avevano cominciato con successo a puntare sugli autori “tricolori”? Forse, forse…
Ugo Malaguti, che allora come scrittore emergente visse in prima persona quella vicenda l’ha interpretata così: “Carlo Fruttero è una persona di squisita cultura e di grande spirito, ma ciò non toglie che che quella volta disse una notevole scempiaggine, rafforzata dal fatto che la rivista da lui diretta, “Urania”, aveva allora quasi completamente il monopolio del pubblico. Quella frase, però, fu anche uno dei motivi per cui “Urania” perse quel monopolio. Tradizione, cultura, esperienza e civiltà dicono che gli italiani – o gli europei in genere – possono scrivere science fiction, anche e soprattutto a Lucca. Prova ne sia che Fruttero in quel periodo scriveva alcune buone storie di fantascienza, anche se le pubblicava sotto pseudonimo americano. Non di scelta culturale si trattava, quindi, ma di timore di remare controcorrente rispetto a una comprovata esterofilia del pubblico” (intervista a Ugo Malaguti, in “Il Grande Vetro”, n.101, agosto settembre 1989).
Tant’è. Quell’intervento e quel magistero, ancorché autorevoli e proprio perché tali, si rivelarono devastanti per l’attività di tanti giovani autori: altrettanto piombo per le loro ancora fragili ali. Destini collettivi di una letteratura e tante, tante vicende personali ne risultarono deviati, distorti, straniti. E la fantascienza italiana venne strozzata nella culla.
Ma la storia, anche quella minore della “letteratura di genere”, è sempre provvista di ironia e col trascorrere degli anni gode a prendersi qualche maliziosa rivincita. E così, nel bel volume antologico intitolato ironicamente A Lucca mai!, (Perseo libri, Bologna 1996) che dopo oltre trent’anni rielaborava un lutto antico e che contiene la prova provata che anche gli italiani sanno scrivere – e bene – di science fiction, compaiono ben due racconti di scrittori lucchesissimi: L’abbaglio di Maurizio Antonetti e Dischi volanti a Lucca di Alessandro Fambrini, un titolo che è quasi un regolamento di conti.
Quasi seicento pagine di orgogliosa rivendicazione di autonomia e di affermazione di una originalità stilistica e di contenuti quell’A Lucca mai! che la Perseo Libri ci regalò quasi sette anni fa: un punto di svolta, una rilegittimazione delle diverse espressioni della science fiction italiana che appare finalmente matura, consapevole e capace, più e meglio di tanti maestri anglosassoni, di ampliare gli orizzonti del lettore, rielaborando le trasformazioni sociali, indagando lo spazio interno dell’uomo in un contesto universale, tentando di dare risposte al conflitto tra la civiltà umanistica e quella scientifica.
E proprio su quella lunghezza d’onda si muove un altro autore italiano, anzi (Fruttero non se n’adonti!) lucchese, anche lui impegnato a coniugare il nostro tempo con altri giorni, altri occhi, altri mondi…libro
Perché non li mangiamo?, opera prima di Sauro Donati, rivela una fervida capacità d’invenzione, tematiche credibili, una consapevole attenzione – cosa che non guasta mai in una raccolta di racconti di science fiction – alle tematiche scientifiche proposte sempre con semplicità e misura: il tutto sostenuto da una scrittura coerente e sostenuta, capace di godibili modulazioni ironiche, abile nell’incuriosire e coinvolgere il lettore.
Modello dichiarato Isaac Asimov: ma si tratta più di un omaggio all’inventore delle leggi della robotica che di un’intima adesione alla sua fantascienza “tecnologica”. Sauro, invece, ha materiali, ritmi e tensione narrativa tutti suoi: una personalissima cifra narrativa lo spinge – e con lui il lettore – a guardare oltre le soluzioni sperimentate di un problema, a formularne di nuove, a tentare la definizione di questioni non ancora ben chiare alla coscienza dell’uomo contemporaneo.
Insomma, l’operazione che hanno sempre compiuto gli scrittori seri, di fantascienza e non, quelli che hanno davvero qualcosa di nuovo da dire.