Al cinema con Geronimo 11

31 Dic, 2013

11. Come abbiamo visto, i primi anni ’50 furono ricchi di film sugli indiani, alcuni particolarmente significativi.
Proprio in quegli anni comunque il governo USA portava a compimento la politca cosiddetta di “terminazione”, che prevedeva la ricollocazione dei nativi nei centri urbani. In particolare nel 1953 il Congresso emanò la “House Concurrent Resolution 108” con la quale si confermava l’uguaglianza degli indiani secondo la legge. Lo stesso anno il Congresso aboliva le leggi speciali della proibizione riguardante gli indiani.ultimo_apache_burt_lancaster_robert_aldrich_009_jpg_kdbg
Al di là di ogni considerazione di carattere storico e poliitco, c’è da dire che un tale “clima” influenzò in buona misura anche la produzione cinematografica.
Robert Aldrich realizzò nel 1954 “Apache” (“L’ultimo Apache” con Burt Lancaster, Jean Peters, John Mc Intire, John Denver, Charles Buchinsky – alias Charles Bronson – Ian Mc Donald. Durata 89 min.), destinato a diventare una pietra miliare anche se spesso dimenticato. Burt Lancaster interpreta Masai, un Apache istintivo e irruento che non accetta la resa. Per la prima volta si dà vita ad un eroe indiano, che pensa ed agisce da indiano, con la sua ferocia ma anche con la sua dignità.
Da ricordare la scena in cui Masai, in fuga, si aggira nella città dei bianchi.
Al film, che originariamente prevedeva la morte di Masai, fu imposto un finale edulcorato in cui il guerriero Apache si converte all’agricoltura quando gli nasce un figlio. Se da un punto di vista cinematografico tale finale ha il solo risultato di banalizzare il film stesso, dal punto di vista degli indiani il messaggio che passa è ben diverso.
Anche qui è necessario fare riferimento alla storia: nel 13° secolo una migrazione di popolazioni Athapaska, provenienti dall’Alaska, giunse a contatto con le popolazioni Pueblo, situate nel Sud Ovest degli attuali Stati Uniti. “Pueblo” è una parola spagnola che significa villaggio, e con tale termine si indicano le varie ultimo_apache_burt_lancaster_robert_aldrich_008_jpg_cquypopolazioni (Hopi, Zuni, Kores, Tano, ecc…) che vivevano appunto in villaggi fatti di mattoni (adobe) e che erano dediti da tempo immemorabile all’agricoltura. I predoni Athapaska furono da questi popoli chiamati Apache, cioè nemici o stranieri. Una parte di questi, a contatto con i Pueblo, imparò ed accettò, sia pur parzialmente, il loro sistema di vita, basato sull’agricoltura. Per distinguerli si cominciò a chiamarli “Apache de Navahu”, cioè “stranieri dei campi coltivati”, gli attuali Navajo, che si divisero così dai loro cugini Apache che invece mantennero inalterate le loro abitudini. Essere Apache quindi, culturalmente significava un determinato modo di vita che rifiutava l’agricoltura non perché non la conoscesse, ma perchè preferiva vivere diversamente.
Nel film si opera quindi una mistificazione tesa a presentare la civiltà dei bianchi come superiore rispetto a quella Apache e indiana in generale, in quanto portatrice di pace e di benessere (sic!). La pace e il benessere appunto di chi coltiva il suo campo e non va a fare ruberie sulle proprietà altrui (sic! sic!)
Ma c’è un altro momento importante del film, collegato a questo ragionamento: è quando Masai, in fuga, viene ospitato da un indiano Cherokee che gli dona i semi da coltivare e gli spiega i vantaggi della civiltà dei bianchi e dell’agricoltura da loro importata.
Non ci è dato di sapere se per malafede o per ignoranza, si compie qui un’altra operazione di mistificazione, tesa appunto ad innalzare le lodi della civiltà bianca rispetto a quella dei nativi, barbari nomadi dediti alla caccia. La realtà è ben diversa: gli indiani della costa Est del Nordamerica erano dediti prevalentemente all’agricoltura e vivevano in villaggi stanziali; anzi fu proprio grazie alle loro eccedenze agricole che i primi bianchi che arrivarono sul continente americano riuscirono a sopravvivere per i primi anni.
Non solo, ma nel film il Cherokee dimentica di spiegare a Masai come la sua gente era giunta in Oklahoma. Originari della Carolina del Sud i Cherokee agli inizi dell’Ottocento si erano convertiti alla civiltà dei bianchi.ultimo_apache_burt_lancaster_robert_aldrich_011_jpg_wgyp
Non per l’agricoltura, che praticavano da sempre, ma proprio nel modo di vita: vestivano come i bianchi, mandavano i loro figli a scuola, stampavano un giornale (il capo Cherokee Sequoia aveva inventato nel 1821 un alfabeto della sua lingua) in lingua Cherokee e inglese. Alcuni di loro tenevano persino degli schiavi negri, in omaggio alla nuova gerarchia di valori venuta dall’Europa.
Come i Cherokee, avevano intrapreso questa via anche i Creek, i Choctaw, i Chicksaw e i Seminole, tanto che fu dato loro il nome di “Cinque tribù civilizzate”.
Tuttavia, poiché i loro territori erano molto fertili e particolarmente adatti alla coltivazione del cotone, si ingiunse loro di trasferirsi in Oklahoma, duemila chilometri ad ovest abbandonando tutto ciò che avevano. Tale decisione fu attuata forzatamente con l’aiuto dell’esercito. Il trasferimento dei Cherokee avvenne in circostanze penose e produsse un’infinità di lutti, tanto che nella storia del loro popolo questo trasferimento è ricordato come “il cammino delle lacrime”.
Da non dimenticare di quel periodo anche il film “Navajo” del 1952, diretto da Norman Foster: è probabilmentela prima vera pellicola che tenta di descrivere con esattezza e senza retorica gli usi e i costumi degli indiani (impiegando tra l’altro attori indiani non protagonisti).