Al cinema con Geronimo 14

8 Gen, 2014

14. Per terminare questa vasta anche se necessariamente incompleta rassegna degli anni ’50, occorre citare “Mohawk” (“La principessa di Moak” con Scott Brady, Rita Gam, Neville Brand, Lori Nelson, durata 79 min.) di Kurt Newmann del 1956. L’ambientazione è nel Nord Est americano alla metà del diciottesimo secolo, presso gli indiani Mohawk (e non Moak!), una delle potenti nazioni aderenti alla Lega delle Sei Nazioni Irochesi.
I Mohawk erano chiamati “mangiatori di uomini”, ma essi stessi si definivano Kaniengehaga, “uomini del paese della selce”.index
Molti film di quegli anni introducevano l’espediente del medico bianco che, salvando la vita di un indiano ferito o malato gravemente, riusciva a conquistarne la riconoscenza, portando così in salvo la carovana o comunque risolvendo una situazione difficile. A titolo esemplificativo ne ricordiamo qui due: “They Rodewest” (“Cavalcata a Ovest” con Robert Francis, Donna Reed, May Winn, durata 84 min.) di Phil Karlson del 1954 e “Westward Ho, The Wagons!” (“Carovana verso il West” con Fess Parker, Kathleen Crowley, Jeff York. Durata 90 min.) di William Beaudine del 1957.

Le cure erano accompagnate da un complesso sistema di canti e danze rituali

Le cure erano accompagnate da un complesso sistema di canti e danze rituali

Nella realtà non si deve assolutamente pensare che la cultura medica degli indiani fosse meno sviluppata di quella dei bianchi: era solamente diversa. Anzi, in molti casi si verificò proprio il contrario degli episodi citati nei film.
Nel 1535 Jacques Cartier si spinse con la sua nave lungo il fiume San Lorenzo. I suoi uomini morivano come mosche a causa dello scorbuto e furono proprio gli indiani della zona a insegnare ai marinai il modo di curare questa malattia.
Ma la medicina indiana non era basata solo sull’uso delle erbe. Si praticavano anche operazioni chirurgiche complesse, si cucivano le lacerazioni usando aghi d’osso e capelli al posto del filo. Gli Uomini della Medicina praticavano ingessature usando materiali vari, facevano amputazioni e conoscevano il principio per cui occorre succhiare il veleno in caso di morsicatura di serpente. tra l’altro era molto curata la pulizia personale e diffusissimi i bagni di vapore, che avevano anche un significato rituale.
Del 1957 è “Apache Warrior” (“Il guerriero apache”) con Keith Larsen, Jim Davis, Rodolfo Acosta, durata 106 min.) di Elmo Williams, che racconta la vera (?) storia di Apache Kid, uno dei tanti Apache che diventò scaut dell’esercito americano. Gli scaut indiani costituivano nel West quello che nell’Est era stata la politica di fomentare la discordia tra le varie tribù per utilizzarle le une contro le altre. Così molte volte fu possibile trovare e massacrare tribù del West grazie all’opera di segugio esercitata da indiani nemici (contro i Sioux per esempio furono utilizzati esploratori Crow e Pawnee).

Al centro della foto Apache Kid

Al centro della foto Apache Kid

Nel 1958 il film di Kurt Neumann “The Deerslayer” (“Il riscatto degli Indiani” con Lex Barker, Rita Moreno, Forrest Tucker. Durata 78 min.) porta all’attenzione l’infame caccia agli scalpi.
Normalmente, quando si parla di scalpo si pensa sempre a orde di indiani inferociti intenti a scotennare donne e bambini. però anticamente l’uso dello scalpo era diffuso solo presso gli Irochesi. Ben presto però si diffuse in tutto il Nord America grazie alle taglie che inglesi e francesi ponevano sulle capigliature dei loro nemici o degli indiani ostili.
Re Giorgio d’Inghilterra proclamò nel 1756 questo editto: – Per ogni scalpo di indiano maschio portato come prova della morte: 40 sterline; per ogni scalpo di donna indiana o di ragazzo con meno di dodici anni: 20 sterline. – Quindi la pratica dello scalpo era diffusa comunemente presso gli indiani come presso i bianchi.
Infine, del 1959 si ricorda “Naked in the Sun” (“Venere Indiana” con James Craig, Lita Milan, Burton MacLane, Dennis Cross, durata 79 min.) di R. John Hugh, in cui si racconta la storia di Osceola, il capo ribelle dei Seminole, di cui abbiamo già parlato.