Al cinema con Geronimo 17

20 Gen, 2014
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17. Negli anni ’60 si comincia a pubblicare molti articoli e libri sugli indiani, che però spesso ebbero il risultato di ricacciarli in un passato romantico quanto falso.DSCN1804
Un esempio per tutti è il libro di Dee Brown “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”. Mentre i lettori si commuovevano per la sorte di capo Giuseppe o di Capitan Jack, le guardie dello stato di Washington davano la caccia al diciassettenne attivista indiano Allinson Bridges e un gruppo di “vigilantes” attaccava a fucilate il militante indiano Hank Hadams, ferendolo a morte.
Alla fine del decennio nacquero anche organizzazioni come l'”Indians of all Tribes” e soprattutto l'”American Indian Movement” (A.I.M.), di cui avremo modo di parlare.
Anche nel cinema si comincia a respirare aria diversa. Dopo “Cheyenne Autumn” è la volta di uno western psicologico: “Hombre” (“Hombre” con Paul Newman, Fredric March, Richard Boone, Diane Cilento, Cameron Mitchell, Barbara Rush. Durata 110 min.) che Martin Ritt realizzò nel 1967 traendolo da un romanzo di Elmore Leonard. La storia è quella di un bianco cresciuto tra gli Apache che eredita una locanda, ma preferisce rinunciarvi e tornare a vivere con gli indiani. Il viaggio sulla diligenza si rivela denso di umanità (evidenti le analogie con “Ombre Rosse”  di John Ford) e terminerà con il sacrificio del protagonista (un Paul Newman perfetto nella parte).
Fortemente antirazzista, questo film, interamente dentro la polemica di attualità in quegli anni, non ebbe successo tra gli appassionati del western

Paul Newman in "Hombre"

Paul Newman in “Hombre”

classico, ma sicuramente contribuì ad aprire una nuova via.
Nelle prime scene il film ci mostra come gli indiani catturavano i cavalli selvaggi, i famosi “mustang”. Come tutti sanno (?) i cavalli furono importati sul continente americano dagli spagnoli, ma gli indiani difficilmente potevano averli, finché nel 1680 la rivolta congiunta dei Pueblo e degli Apache scacciò la guarnigione spagnola da Santa Fé.
In quella occasione parecchi cavalli fuggirono e trovarono nelle praterie l’habitat naturale per moltiplicarsi.
Gli indiani ebbero da allora due possibilità per avere i cavalli tanto ambiti: rubarli ai bianchi o catturare quelli selvaggi. Diventarono ben presto abilissimi in entrambe le attività.
Curiosamente, in questo “clima cinematografico” assai nuovo, spunta in pieno 1967 anche il film “Custer of the West” (“Custer eroe del West” con Robert Shaw, Mary Ure, Ty Hardin, Robert Ryan, Jeffrey Hunter, Lawrence Tierney. Durata 146 min.) del regista Robert Siodmark, di origine tedesca, che ripropone la solita storia manipolata in cui Custer appare, ridicolmente, come il capo espiatorio di colpe dei politici di Washington. Alcune scene del film, in particolare il massacro di Washita, perpetrato dai soldati a danno dei Cheyenne di Caldaia Nera faranno comunque scuola.
Due anni dopo, nel 1969, esce “The Stalking Moon” (“la notte dell’agguato” con Gregory Peck, Eva Marie Saint, Robert Forster, Noland Clay, Russel Thorson; Frank Silvera. Durata 109 min.) di3 la notted ell'agguato Robert Mulligan. Si tratta di un film ambiguo e intrigante, pieno di dubbi e di violenza. Di certo il cinema ha saputo poche volte ricreare con altrettanta forza il clima della caccia all’uomo, fino allo scontro finale liberatorio.
La colonna sonora sottolinea in modo opprimente la presenza invisibile dell’Apache Kataua alla disperata ricerca del figlio.
Ma il 1969 è indiscutibilmente l’anno di “Tell Them Willie Boy Is Here” (“Ucciderò Willie Kid” con Robert Redford, Katharine Ross,, Robert Blake, Susan Clark, Barry Sullivan, Charles MacGraw. Durata 96 min.) di Abraham Polonsky.
Il film segna il ritorno in grande stile al cinema di Polonsky, un regista che per il suo impegno di sinistra era stato emarginato dal Maccartismo fin dal lontano 1948, anno in cui uscì il suo “Le forze del male” (La vicenda di Polonsky ha parzialmente ispirato nel 1991 il film “Indiziato di reato” con Robert De Niro).
In questo film il giudizio è netto, privo di incertezza e ambiguità: c’è una forte denuncia contro la società dei bianchi e non ci sono cedimenti al paternalismo ed al romanticismo.
La storia a cui si riferisce è realmente accaduta nel 1909 in California, nella riserva Marango dove vivono i Paiute. Un giovane Paiute è costretto ad uccidere per legittima difesa il padre della ragazza che ama, anch’esso Paiute ma completamente integrato nella società dei bianchi e che non vuole una testa calda come genero. Il film narra la fuga del giovane Willie Kid e della ragazza sui monti del deserto californiano. C’è qui anche una chiave di lettura autobiografica: Wille Kid è un ribelle come venti anni prima era Polonsky e il sistema deve piegarlo, vincerlo, annientarlo. Willie e la ragazza non hanno possibilità di vittoria; essi rappresentano i vinti, tutti i vinti, che hanno già la loro vita segnata e non hanno alcuna possibilità di vivere la loro vita secondo la propria cultura. Willie viene

Una scena di "Ucciderò Willie Kid"

Una scena di “Ucciderò Willie Kid”

addirittura accusato di essere il leader di un complotto indiano per assassinare il Presidente in visita nel Sud-Ovest. Willie è ormai un cane randagio destinato ad essere abbattuto, e così sarà. Ma anche qui Polonsky ci propone una demitizzazione del classico duello western: Willie ha il fucile scarico e va verso la sua autodistruzione, come gli indiani dell’Ovest americano, incapaci di resistere all’avanzata dei bianchi, andavano incontro alla loro. Ma c’è qualcosa di peggio, di più pericoloso dei soldati, dei fucili, dell'”acqua di fuoco”: è la società bianca contaminatrice in sé, rappresentata dalla dottoressa Liz, che dirige la riserva Paiute come potrebbe dirigere un laboratorio di cavie.
Con Willie Kid, inoltre, gli indiani escono dall’epoca magica dell’ottocento per entrare nell’età contemporanea con i loro problemi.Dovranno passare ancora anni, perché il cinema colga appieno questa possibilità, ma la strada è aperta.

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