Al cinema con Geronimo 22

4 Feb, 2014
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22. Quanti sono i film che hanno per protagonista principale un indiano solitario, che per di più alla fine risulta anche vincente?chato_jack_palance_michael_winner_003_jpg_svwu
Sicuramente molto pochi, anzi quasi sicuramente l’unico esempio di tal genere è rappresentato da “Chato’s Land” (“Chato” con Charles Bronson, Jack Palance, Richard Basehart, James Whitmore, Jill Ireland, Simon Oakland. Durata 110 min.), girato nel 1972 dal regista Michael Winner, che pur avvalendosi di un cast di valore internazionale resta nei limiti di un onesto prodotto di consumo.
“Chato” è stato spesso considerato un precursore del “Giustiziere della notte” (che uscì due anni più tardi per mano dello stesso regista e con lo stesso attore principale), e per questo considerato un film di destra, fascista. Ma in realtà le differenze tra i due personaggi non sono di poco conto.
Intanto una breve parentesi per ricordare che nel 1970 il regista Jack Starret aveva realizzato “Cry Blood, Apache” (“Guerriero Rosso” con Jody McCrea, Marie Gahva, Daniel Kemp, Robert Tessier. Durata 87 min.), che ebbe poco successo in Italia, in cui si racconta di una vendetta indiana, ma con esiti alquanto diversi.
Tuttavia il motivo ispiratore è quello.
Chato è un mezzosangue Apache che per difendersi dalle angherie di uno sceriffo lo uccide per legittima difesa. Una banda di scellerati, guidati da un Jack Palance forse un pò troppo gigionesco, lo insegue per “punirlo” (dopotutto un indiano non può legittimamente difendersi, che diamine!) e ucciderlo.
Inoltrandosi, nella sua fuga, nel territorio Apache però, il meticcio si trasforma, in un processo di simbiosi con la “sua” terra ostile e letale, e torna ad essere solo indiano, spogliandosi della civiltà e anche visivamente, dei suoi abiti da bianco.
Quando gli inseguitori violentano sua moglie decretano anche la loro stessa morte.

Da "Nessuna pietà per Ulzana": tortura Apache

Da “Nessuna pietà per Ulzana”: tortura Apache

Tra l’altro il momento dello stupro è molto insistito e con scene di nudo molto insolite per un film western e parzialmente censurate nella versione televisiva.
Charles Bronson, che impersona perfettamente Chato, parla solo tre volte, e molto brevemente, per il resto è silenzioso come la sua terra, che è la vera interprete del film (come infatti risulta dal titolo originale).
Chato perde quindi la sua umanità e la sua identità, per diventare un simbolo.
Naturalmente l’asprezza della terra su cui vivevano, aveva una forte influenza sul modo di essere degli Apache, predoni e guerrieri incredibili, capaci di imprese fisiche al limite dell’incredibile.
Gli Apache furono anche al centro di un altro film del 1972, del quale da molti fu fatta una lettura in chiave politica, con la solita individuazione tra indiani e vietcong. Si tratta di “Ulzana Raid” (“Nessuna pietà per Ulzana” con Burt Lancaster, Bruce Davison, Richard Jaeckel, Joaquin Martinez nella parte di Ulzana. Durata 103 min.). Il regista Robert Aldrich aveva precedentemente affrontato l’argomento, come abbiamo già visto, con “Apache” nel 1954: qui lo fa in modo diverso, più duro e disperato. Gli Apache sono rappresentati come violenti e sanguinari, ma il vecchio scaut dell’esercito (Burt Lancaster) dice: “Odiare gli indiani sarebbe come odiare il deserto perché non c’è acqua”.

Da sinistra: Chihuahua, Nana, Loco e Ulzana. Foto del 1895-96

Da sinistra: Chihuahua, Nana, Loco e Ulzana. Foto del 1895-96

C’è insomma accettazione della diversità e anche comprensione delle motivazioni che ne stanno alla base. Anche se questo non impedisce allo scaut di fare il suo dovere  fino in fondo, fino cioè alla morte di Ulzana. La vera storia di Ulzana invece è un episodio delle guerre condotte da Geronimo, o meglio dal generale Crook per catturare o ridurre all’impotenza il grande guerrigliero.
Ulzana era il fratello di un compagno di Geronimo, Chihuahua, e aveva imparato la guerriglia da un grande maestro, Nana. Ex esploratore per l’esercito, Ulzana nel 1885 entrò in Arizona dal Messico con dieci guerrieri e iniziò la sua incursione in USA nonostante fosse atteso da duemila soldati. Attraversò il deserto di nascosto, evitando i pozzi, che erano tutti sorvegliati, grazie ad un ingegnoso sistema che gli Apache avevano trovato per conservare l’acqua: uccidevano un cavallo, riempivano d’acqua le sue interiora, dopo averle sommariamente pulite, e le avvolgevano, anche per 15 metri, attorno al corpo di uno dei cavalli. Potevano così trasportare tanta acqua quanta ne serviva per tutta la banda.
In quattro settimane Ulzana e i suoi percorsero 1200 miglia, uccisero 38 persone, catturarono 250 cavalli e ritornarono in Messico con la perdita di un solo uomo.
Da citare ancora “Face to the Wind” (“Apache” con Cliff Potts, Xochitl, Harry Dean Stanton, Don Wilbanks. Durata 93 min.) girato nello stesso anno da William Graham, che precedentemente aveva diretto solo film insignificanti. Anche “Face to the Wind” non si può certo considerare un capolavoro, tuttavia il regista riesce a costruire una storia non convenzionale, in cui appare reale e scontata la vocazione razzista e violenta dei bianchi e segnatamente delle “Giacche Blu”. Il film si chiude con la morte dell’indiana prigioniera e del giovane Billy che si era innamorato di lei. Girato quasi completamente in esterni, il film merita comunque di essere visto.

 

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