Al cinema con Geronimo 28

25 Mar, 2014
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28. Del 1983 è anche “Thunder” (“Thunder” con Mark Gregory, Bo Swenson, Raymund Harmstorf, Paolo Malco, Valeria Ross, Antonio Sabato, Michele Mirabella. Durata 86 min.) di Larry Lundman. Il r.thunderwnome del regista non deve trarre in inganno: si tratta infatti dell’italiano Fabrizio De Angelis, come italiana è anche la produzione del film. La storia, che si svolge ai giorni d’oggi, vede il protagonista, l’indiano Thunder, combattere contro i bianchi che vogliono costruire un osservatorio su una collina sacra della sua tribù.
La vicenda è tutto sommato credibile, se pensiamo per esempio alla lotta che gli Apache della riserva S.Carlos conducono da anni contro il progetto di alcune multinazionali (ma c’è di mezzo anche il Vaticano!) di costruire un osservatorio astronomico sul monte Graham, che è appunto il loro monte sacro. Quello che magari è meno credibile sono le gesta del protagonista, che ne fanno un vero e proprio “Rambo” del West. Comunque il film ebbe due seguiti: “Thunder 2” (“Thunder 2” con Mark Gregory, John Philip Law, Ingrid Lawrence, Raymund Harmstorf, Bo Swenson. Durata 92 min.) nel 1987, e “Thunder 3” (“Thunder 3” con Mark Gregory, John Philip Law, Ingrid Lawrence, Brece Miles, Duke Smith. Durata 99 min.) nel 1988, entrambi dello stesso regista del primo ed entrambi 51M6iPnLmRLmediocri.
Ancora di produzione italiana è nel 1985 “Tex e il Signore degli Abissi” (con Giuliano Gemma, William Berger, Flavio Bucci, Carlo Mucari nella parte di Tiger Jack, Isabel Russinova, Peter Bercing. Durata 104 min.) di Duccio Tessari. Il film è proprio brutto, e non meriterebbe di essere citato se non per due motivi. Il primo è che si tratta della trasposizione cinematografica di una delle più belle storie di Tex, il personaggio di fumetti italiano più famoso e apprezzato non solo nel nostro Paese, che a distanza di quasi 70 anni (il primo fumetto di Tex, creato da Gian Luigi Bonelli, uscì nel 1948) mantiene intatto tutto il suo fascino. Il secondo motivo è che ci dà modo di parlare di una popolazione citata nel film, gli Yaqui, di cui in genere si parla pochissimo. Forse l’unico altro film in cui è presente questa popolazione è “Guns for San Sebastian” (“I cannoni di San Sebastian” con Anthony Quinn, Charles Bronson, Anjanette Comer, Silvia Pinal, Sam Jaffe. Durata 111 min.) girato da Henri Verneuil nel 1968; un film piacevole soprattutto per l’ottima interpretazione di Anthony Quinn.

Bambino Yaqui

Bambino Yaqui

Gli Yaqui vivevano nel nord del Messico, negli attuali stati di Sonora e di Sinaloa, dove avevano sviluppato un’economia basata sulla caccia e sull’agricoltura. Nel 1739 gli Yaqui mandarono nella capitale, Città del Messico, due ambasciatori (Muni e Bernabe erano i loro nomi) allo scopo di chiedere l’autorizzazione ad eleggere liberamente i propri amministratori al posto degli amministratori gesuiti che venivano imposti dal governo. Dopo il 1740 il governo consentì agli Yaqui di eleggere il proprio Capitano Generale (che era anche il loro capo tribù) ma mantenendo il controllo per mezzo di amministratori civili e religiosi. Così, 50 anni prima della Rivoluzione Americana, una popolazione “selvaggia” dava lezioni di democrazia ai “civili” bianchi.
Quando poi il Messico si rese indipendente dalla Spagna, gli Yaqui, che avevano combattuto anch’essi contro gli spagnoli, continuarono a combattere sotto la guida dello Yaqui Juan de la Cruz Banderas, finché questi non fu giustiziato nel 1833. Gli Yaqui chiedevano di nuovo libere elezioni, autogoverno e la possibilità di eleggere i loro alcalde (sindaci). Solo nel 1908 il governo messicano riuscì a “chiudere” questa vicenda deportando tutti gli Yaqui nelle piantagioni dello Yucatan, dove avrebbero lavorato fino alla morte come schiavi. Gli USA, da parte loro, collaborarono rimpatriando in Messico tutti gli Yaqui che avevano cercato rifugio in Arizona.
A quest’ultimo episodio si sono probabilmente ispirati i nostri governi nell’inaugurare le loro politiche di “accoglienza” ai profughi e richiedenti asilo.

FIGYAQUI

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