Al cinema con Geronimo 3

25 Nov, 2013

3. Arriviamo così alla fine degli anni trenta e a tre film che “lasciarono il segno”. Il primo di questi è “Stagecoach” (“Ombre Rosse” con John Wayne, Claire Trevor, John Carradine, Thomas Mitchell, Andy Devine, Donald Meek, Louise Platt, Berton Churchill, George Bancroft. Durata 97 min.), girato da John Ford nel 1939 e considerato un capolavoro del genere western e non.
Per amor di precisione si ricorda che John Ford (1895-1973) è il nome d’arte di Sean Aloysius O’Feeney.stagecoach
Il film all’epoca raccolse solo due Oscar (a Thomas Mitchell come migliore attore non protagonista e agli arrangiatori per il miglior commento musicale) ma bisogna considerare che il 1939 fu l’anno in cui trionfò “Via col Vento”. Per la colonna sonora furono usati ben 17 motivi popolari. Il soggetto del film fu tratto da un racconto di soli due anni prima di Ernest Haycox, “Stage to Lordsburg”, ma molti critici ritengono che lo scrittore si sia ispirato a “Boule de Suif” (“Palla di Sego”) di Maupassant, pubblicato nel 1880.

Monumente Valley

Monumente Valley

Il film fu girato prevalentemente in interni (alla fine costò 222.000 dollari, 8.000 meno di quanto preventivato).
Le scene in esterni, in particolare la scena dell’assalto degli Apache alla diligenza, ispirata dal dipinto di F. Remington “Downingthe Night Leader”, furono girate nella Monument Valley (che già era stata utilizzata da George B.Seitz per il suo “The Vanishing American”), situata nella riserva della tribù Navajo, al confine tra Arizona e Utah. La valle è caratterizzata da grandi formazioni rocciose di colore rossastro e dalle forme più incredibili: Ford la utilizzò per ben sette dei suoi film, rendendola conosciuta a tal punto che fu chiamata “la terra di Ford”.
Il film si ispira ad un fatto storico: la fuga degli Apache Chiricahua di Geronimo dalla riserva di San Carlos nel 1884.
Gli indiani nel film giungono solo alla fine, ma la presenza della loro minaccia è costante e oppressiva. Il nome stesso di Geronimo annuncia un destino tanto orribile che il giocatore di professione (Carradine) è pronto ad uccidere con l’ultimo colpo la gentil donzella che non deve cadere nelle mani degli Apache stupratori. Lo squillare della tromba dell’ “arrivano i nostri” risolve la situazione.
Bisogna chiarire che col sonoro il cinema western in generale si era cristallizzato nella classica rappresentazione dell’epopea dei pionieri alla conquista del West. In questa ottica gli indiani non possono che essere visti quasi esclusivamente come nemici implacabili, costante minaccia per ogni carovana, per ogni diligenza, ogni fattoria.
John Ford non sfugge a questo stereotipo, tuttavia va anche rilevato che nei migliori western dell’epoca, e non solo in quelli di Ford, gli indiani sono forze tremende ed ostili, ma in quanto tali oggetto di un timore reverenziale che li circonda di un alone mitico. E’ grazie a questi film che gli indiani sono diventati un mito del secoloXX.

L’anno seguente, 1940, King Vidor realizza “North West Passage. Book I- Roger’s Rangers” (“Passaggio a nord ovest” con Spencer Tracy, Robert Young, Walter Brennan, Rutit Hussey, Nat Pendleton. Durata 125 min.).

Roger's Rangers

Roger’s Rangers

Primo western a colori, questo film ha un’ambientazione piuttosto insolita, infatti si svolge nei boschi dell’Est americano, al confine tra il Canada e gli USA, ai tempi della Guerra dei Sette Anni (1756-1763) che fu una vera guerra mondiale, poiché coinvolse Inghilterra; Francia, Prussia, Svezia; Austria, Spagna e rispettive colonie. In America fu conosciuta come Guerra Franco-Indiana, perché vide quasi tutte le tribù indiane dell’Est alleate dei francesi contro le colonie inglesi.
La storia della conquista dell’Est americano, peraltro molto suggestiva e ricca di spunti narrativi, è sempre stata sottovalutata dal cinema di Hollywood (ricordiamo “Pocahontas”, nel 1908 e poi “L’ultimo dei Mohicani” nel 1920-1932-1936, “La più bella avventura” di Ford nel 1939), le cui preferenze sono sempre andate verso gli indiani del West: Sioux, Apache, Comanche, Cheyenne e Navajo i più gettonati.
La storia narrata nel film, tratta da un epico romanzo di Kenneth Roberts, “Roger’s Rangers”, offriva anche la possibilità alla macchina propagandistica americana, alle soglie del secondo conflitto mondiale, di spiegare al mondo di che pasta erano fatti i ragazzi “stelle e strisce”. Tale possibilità fu ampiamente sfruttata. Robert Rogers, comandante e fondatore del corpo dei Rangers, un reparto composto da soldati addestrati a vivere e combattere come gli indiani, rappresenta infatti il tipico “eroe” americano, anche se poi la storia ci dice che durante la rivoluzione rimase fedele al re e all’Inghilterra contro i ribelli.
L’interpretazione di Spencer Tracy è perfetta. Il film, al contrario di “Ombre Rosse”, fu girato quasi completamente in esterni, nell’Idaho, costruendo villaggi indiani e fortini in dimensioni reali, accanto a fiumi e laghi.
Il titolo del film è del tutto improprio: infatti la ricerca del mitico “passaggio a nord-ovest”, cioè tra il Canada e la Groenlandia, doveva essere il soggetto di un altro film che però non fu mai girato a causa della guerra. Tuttavia Vidor non avrebbe filmato comunque questa seconda pellicola: infatti il regista abbandonò il set prima di finire le riprese, che furono ultimate da Jack Conway.

Abenaki

Abenaki

Il film è molto violento e nella sua crudezza alcuni critici vi hanno visto un’anticipazione dei western degli anni settanta. Vidor dipinge gli Abenaki come selvaggi sanguinari, da eliminare e piegare al pari delle avversità naturali. Per contro l’episodio del ranger che dopo la distruzione del villaggio indiano si porta dietro la testa di un nemico ucciso, nutrendosene, raggiunge vette di truculenza impressionanti.
Gli Abenaki abitavano il Maine, il New Hampshire e il Vermont. Chiamati dagli Irochesi “Natsagana” o “Onagungees”, essi preferivano chiamarsi “Alnânbai”, cioè Uomini (Abenaki significa “abitanti dell’oriente”). Erano prevalentemente indiani delle foreste, dove vivevano in villaggi di capanne di tipo conico, come i “Tipi” delle pianure, ma fatte di corteccia e con i bastoni piantati all’esterno della copertura. Tali abitazioni si chiamavano “Wigwam”.

wigwam

wigwam

Erano dediti alla caccia e all’agricoltura e Samuel De Champlain che li incontrò nel 1604 risalendo il fiume Penobscot ne ha descritto aspetto e usanze.

Abenaki

Abenaki

Alleati dei francesi, gli Abenaki, il cui capo Assacumbuit fa anche ricevuto a Versailles da Luigi XIV, il Re Sole, spesso fecero conoscere la loro determinazione e la loro spietatezza ai coloni della Nuova Inghilterra, in particolare durante la guerra “di Re William” che durò dal 1690 al 1697. Quando nel 1696 gli inglesi catturarono il loro capo Bomazeen, egli rivelò come i gesuiti francesi insegnavano il Vangelo: i missionari raccontavano che Gesù era un gentiluomo francese, che era stato assassinato insieme a sua madre dagli inglesi e che perciò, per guadagnarne i favori, era bene vendicarlo punendo il popolo che l’aveva ucciso.
Dopo la sconfitta subita ad opera degli inglesi e Irochesi nel 1724 a Pequawket, e dopo la cattura del loro capo Norridgewock, gli Abenaki si ritirarono in Canada, prima a Becancour e poi a St. Francis.
Dallo stesso romanzo fu tratto un altro film nel 1959 per la regia di george Wagner e Jaques Tourneur. Si tratta di “Mission of Danger” (“Frontiere in fiamme” con Keith Larsen, Buddy Ebsen, Don Burnett. Durata 79 min.). Il risultato è pessimo e stranamente non compaiono gli indiani.

Nel 1941 arriva poi “They Died with their Boots on” (“La storia del generale Custer” con Errol Flynn, Olivia De Havilland, Arthur Kennedy, Anthony Quinn nella parte di Cavallo Pazzo, Charley Grapewin, Gene Lockhart, Sidney Greestreet. Durata 140 min.) di Raoul Walsh.
Qui i riferimenti storici saltano del tutto. Si cerca di creare un mito della figura di Custer, esaltando la sua onestà e la sua ingenuità rispetto alle losche trame dei politicanti. Custer viene presentato come un romantico, che si sacrifica per i suoi uomini e per tenere fede alle sue parole. L’attore Errol Flynn, spesso protagonista dei film di Walsh (sette film di cui due western) avvince con le sue imprese mirabolanti lo spettatore; ma gli indiani qui sono solo un espediente per mettere in evidenza l’eroismo dei bianchi.

Il gen. Custer

Il gen. Custer

Errol Flynn nel ruolo di Custer

Errol Flynn nel ruolo di Custer

Questi tre film sono stati spesso accusati di razzismo e di fascismo, ma si può condividere questo giudizio solo per quanto riguarda questo terzo film, dove la realtà è completamente stravolta a fini agiografici. Infatti gli autori hanno soltanto cercato di ricreare il “clima” dell’epoca, ed è innegabile che nel West gli Apache e il nome di Geronimo gettassero nel terrore gli abitanti bianchi. Altrettanto innegabile è che gli indiani dell’Est ed in particolare gli Irochesi, fossero famosi per le raffinate torture praticate dalle loro donne. Torture che peraltro avevano lo scopo di onorare un nemico valoroso permettendogli di mostrare il proprio coraggio, e non già quello di umiliarlo. D’altra parte, nel film di Vidor gli indiani non appaiono certo più violenti o crudeli degli stessi rangers. (continua)