Al cinema con Geronimo 31

9 Apr, 2014
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31. Se gli anni ’50 e ’60 erano stati caratterizzati dalla produzione di una miriade di film sugli indiani, negli anni ’90 uscirono solo pochi fil, ma sicuramente tutti “pesanti” per la loro importanza su questo argomento.
E’ certo infatti che dopo “Dances with Wolves”, qualunque autore abbia voluto cimentarsi con questa materia, ha dovuto farlo cercando di essere il più possibile fedele alla storia e all’ambientazione di ciò che narrava.
Nel 1991 escono due film destinati entrambi, se non ad entrare nella storia del cinema a lettere cubitali, ad introdurre importanti elementi per la comprensione della cultura e della realtà dei nativi Manto neroamericani.
Il primo di essi è “Black Robe” (“Manto Nero” con Lothaire Bluteau, Sandrine Holt, Aden Young, August Schellenberg, Tantoo Cardinal, Lawrence Bayne. Durata 110 min.) di Bruce Beresford: un film di produzione canadese e che svolge la sua trama negli spazi sconfinati del Canada del 1634.
E’ un film di grande suggestione, dal ritmo lento e sognante che si accorda perfettamente con l’attraversamento di territori senza fine, ricchi di laghi e di foreste.
Veramente tanti sono gli spunti offerti dall’opera di Beresford, tratta dall’omonimo romanzo di Brian Moore, che è anche lo sceneggiatore e coproduttore, e prima di tutto lo scontro tra due culture-religioni: quella magico-visionaria delle tribù del Nord Est (Algonkini, Uroni, Irochesi) e quella cattolica, rigida e inflessibile. Da questo scontro una delle due ne uscirà annientata, e tutti sanno quale.
Nel film si mette in evidenza, in contrasto col moralismo bigotto degli europei dell’epoca, la grande libertà sessuale delle donne indiane. Scrive Gabriel Sagard nel suo “Grande viaggio nel paese degli Uroni 1623-1624”: – Così accadde spesso che una donna passi la giovinezza ad avere più di dodici o quindici mariti. E nondimeno tutti questi non sono gli unici a godersi la donna, sebbene sia sposata: difatti, venuta la notte, le giovani donne e le ragazze corrono da una capanna all’altra, come fanno, in simile caso, da parte loro gli uomini, che le prendono dove li porta il piacere, senza però alcuna violenza, rimettendo il tutto alla volontà della donna. Il marito farà la stessa cosa con la vicina, e la moglie col vicino, né si mescola tra loro alcuna gelosia per questo, e non ne riportano vergogna, infamia o disonore.

Tipico villaggio Urone

Tipico villaggio Urone

Si tratta della testimonianza diretta di uno dei primi missionari francesi in Canada, al seguito proprio di quel Champlain che è anche personaggio del film.
Gli Uroni di cui si parla nel film, erano all’epoca una tribù che rivestiva un ruolo molto importante nella politica francese nel Nuovo Mondo, perché controllava tutto il commercio di pellicce della zona dei Grandi Laghi; questo fino al 1648, anno in cui una spedizione di Irochesi della Lega delle Cinque Nazioni li distrusse completamente, approfittando anche del fatto che la promiscuità con i cacciatori e i preti francesi aveva debilitato con epidemie letali la loro forza e il loro numero. Da quel momento i pochi Uroni o Huron rimasti furono conosciuti col nome inglese di Wyandot.
Di un genere completamente diverso è invece “Clear Cut” (“Clear Cut” con Graham Greene, Ron Lea, Red Crow Westerman, Rebecca Jenkins. Durata 102 min.) di Richard Bugajski e anch’esso di produzione canadese.
clearcut_poster_450La storia, che si svolge ai nostri giorni, è incentrata sulle lotte dei nativi in difesa dei boschi minacciati da una segheria. Ma non è la solita storia a sfondo ambientalista. Infatti qui è la natura stessa che agisce attraverso suoi inviati per proteggersi. In un alone magico-ecologico il film sprigiona una carica di violenza agghiacciante, ma si tratta di una violenza fredda, distante, asettica, e che per questo crea un’atmosfera ancor più opprimente, mentre i protagonisti compiono un viaggio tra sogno e realtà alla ricerca delle origini dell’uomo e della vita stessa.
Film che suscita un grande impatto sugli spettatori, “Clear Cut” sottolinea l’abisso invalicabile che esiste tra le due razze e le due culture.
Con questa opera Bugajski ottenne anche dei riconoscimenti per la fedeltà alla cultura della comunità nativa. Anche se in realtà la scena in cui Graham Greene si mutila un dito nella capanna sudatoria è decisamente improbabile, visto che i riti sudatori servivano per purificarsi e quindi non avevano nessuna attinenza col momento del sacrificio vero e proprio. Caso mai lo precedevano.
Tuttavia la drammaticità che ne risulta è sicuramente alta e forse la scena è giustificata dal punto di vista della spettacolarità cinematografica.

Una scena di "Clear Cut"

Una scena di “Clear Cut”

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