Al cinema con Geronimo 37

4 Giu, 2014
0

index37. L’ultimo dei film che vogliamo analizzare in questa rassegna è del 2002 e porta la firma di John Woo, il regista di Hong Kong mago del cinema d’azione. Si tratta di “Windtalkers” (“Windtalkers” con Nicolas Cage, Adam Beach, Peter Stormare, Mark Ruffalo, Christian Slater. Durata 133 min.) e andrebbe di diritto inserito nel filone del cinema di guerra che in quegli anni stava vivendo una nuova stagione grazie soprattutto a film come “Salvate il soldato Ryan” e “La sottile linea rossa”. Il risultato ottenuto dall’uscita del film fu però quello di suscitare interesse intorno alle vicende dei quattrocento indiani Navajo che furono utilizzati nella Seconda Guerra Mondiale  come operatori delle comunicazioni, perché la loro lingua non scritta risultava per i giapponesi indecifrabile più di qualunque codice cifrato.
Tale episodio era rimasto segreto fino al 1968 e comunque anche oggi è poco conosciuto.
Il presidente USA George W. Bush, spinto dal clamore sull’argomento, il 26 luglio 2001 decorò i 29 Navajo sopravvissuti con una medaglia al valore. Tutto all’insegna del politicamente corretto.

Ira Hayes

Ira Hayes

Il tema della partecipazione di nativi americani alle guerre “dei bianchi” non è nuovo nel cinema USA, ed è già stato affrontato anche da noi nella nostra rassegna. Qui ricordiamo ad esempio “The Outsider” (“Il sesto eroe”, 1961, di Delbert Mann, con Tony Curtis), che raccontava la storia di Ira Hayes in una versione idealizzata. Di origine Pima, arruolato nei marines, Hayes partecipò alla battaglia di Jwo Jima nel Pacifico ed è uno dei sodati ritratti in una storica foto mentre alzano la bandiera americana. Morì di freddo in un fosso in aperta campagna dopo un’ennesima colossale sbornia.
La sua storia, cantata da Bob Dylan, influenzò un’intera generazione di attivisti indiani negli anni seguenti alla guerra del Vietnam.
La sua morte sembrò l’ultimo tradimento commesso dal governo USA contro gli indiani, ma la realtà è assai più complessa.
I nativi hanno da sempre partecipato alle guerre dei bianchi fin dall’arrivo di questi sul continente americano, aiutando gli spagnoli contro gli Aztechi, combattendo le guerre franco-inglesi, alleandosi spesso con l’esercito USA per combattere indiani rivali: Pawnee contro Sioux,

Due wind talkers navajo nella jungla

Due wind talkers navajo nella jungla

Apache contro Apache, Comanche contro Apache, Nuvola Rossa contro Cavallo Pazzo. E poi le guerre in Europa e in Asia. Gli indiani si arruolavano in massa: mediamente essi rappresentavano il 2% delle truppe impèegnate pur essendo meno dell’1% della popolazione americana. Il 90% era volontario. E’ logico pensare che non fossero spinti a tale scelta solo, come è stato detto, dalle “qualità innate nelle società native

americane: forza, onore, orgoglio, devozione e saggezza. Queste qualità fanno un perfetto insieme con la tradizione militare”. Senza dubbio invece le motivazioni economiche furono determinanti nello spingere i giovani ad arruolarsi volontari, come anche l’assenza di qualsiasi ruolo sociale nelle riserve e il fatto che, forse per la prima volta, nell’esercito non vivevano differenze razziali. Ma è con la guerra del Vietnam che comincia a cambiare la situazione. Più di 42.000 nativi americani combatterono in Vietnam, ma qui a differenza delle due guerre mondiali e della Corea, la contraddizione tra essere nativi americani e soldati USA divenne esplosiva. Le parole di Malcom X, “Qui giace un uomo giallo, ucciso da un uomo nero, che combatteva per un uomo bianco, che ha distrutto l’uomo rosso”, suscitarono un forte dibattito e lo stato di disagio dei militari indiani è riassunto nel racconto di un veterano Seneca nel Nam: “Quando raggiungemmo la boscaglia, il sergente del mio plotone disse a me e agli altri con me che eravamo circondati. Lui disse – I gooks (vietcong) sono dappertutto tutt’intorno e noi siamo qui. Questo è Fort Apache, ragazzi, e fuori è territorio indiano. – Potete crederci a questa fottuta storia? Proprio a me? Gli avrei sparato proprio diritto contro. Mi stupii di chiedermi che fosse veramente il nemico”.

Marines navajo nella II guerra mondiale

Marines navajo nella II guerra mondiale


In tutta questa epica gonfiata dal Pentagono e da Hollywood si dimentica l’originale spirito che anima le nazioni native, il cui ideale di uomo è rappresentato dall’uomo pacifico che domina le passioni (stò:lo), al contrario del guerriero (stòmex) che le subisce. Comunque oggi i nativi americani si arruolano in numero superiore a qualunque altro gruppo etnico perché l’esercito offre un buon livello d’istruzione e meno razzismo che al paese, perché paga bene e garantisce anche un ruolo rispettato e un ambiente sociale nelle associazioni dei veterani. Agli uomini dà un senso di identità maschilista, ma coerente con l’immaginata  cultura tribale e alle donne un ruolo meno sottomesso. Dice Raymond Nakai, ex code talker Navajo nella II guerra mondiale: “Molti ci chiedono perché combattiamo la guerra dell’uomo bianco. La nostra risposta è che siamo orgogliosi di essere americani. Siamo orgogliosi di essere indiani americani. Siamo sempre pronti quando il Paese ha bisogno di noi”. Vengono in mente i gurka nepalesi, pilastro dell’impero britannico, o la Legione Straniera! Noi continuiamo a preferire i soldati Oklahabi e Hayes che tornarono eroi e morirono alcolizzati, o quei veterani del Vietnam come il cantante John Trudell, Carter Camp e Bill Means, che si radicalizzarono e divennero leader dell’American Indian Movement, o quelli che non riuscirono mai a superare il disordine da stress post-traumatico e l’idea di “combattere la gente sbagliata”.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *