Calcio e politica

16 Lug, 2014
Categoria:

Cultura, Memoria storica

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Armando Sestani

 

La storia del calcio è stata scritta da numerosi giocatori (Sarti, Burgnich, Facchetti…), allenatori (Trapattoni…) e arbitri (come si fa a dimenticare Concetto Lo Bello…), da tragedie ( Superga…) e naturalmente dalle migliaia e migliaia di partite che sono state giocate in ogni angolo del mondo. Tuttavia non tutte hanno lasciato un segno. Certo ogni tifoso, di club o della propria rappresentativa indexnazionale ha particolari ricordi, amari o gioiosi a secondo dei casi. La storia della nazionale italiana ad esempio è ricca di trofei ( ben 4 mondiali) e di dolorosi tonfi (la Corea del 1966…) ma tra tutte le partite giocate primeggia quella ItaliaGermaniaquattroatre (tutto attaccato!) giocata a Città del Messico in una torrida estate del 1970 e che inchiodò fino a notte fonda milioni di tifosi davanti ai teleschermi. Il calcio uruguaiano invece ricorda ancora con immutata gioia la clamorosa vittoria e la conquista del mondiale della loro nazionale ai danni della selecao verde oro in una partita giocata a Rio de Janeiro in un lontano 1950. Si potrebbe continuare ricordando il mondiale tedesco del 1974 quando si affrontarono le due Germanie, quella dell’ovest federale e capitalista, contro quella dell’est democratica e comunista. Vinsero questi ultimi con una rete di Sparwasser, anche se la coppa del modo venne conquistata dalla Germania di Beckenbauer e Muller. Proprio questa partita è stata ricordata recentemente sulle pagine di Alias, il supplemento de Il Manifesto, lo scorso giugno. L’autore dell’articolo, Eugenio Lorenzano, rievoca i contrasti calcistici e politici vissuti in occasione di quella partita in un piccolo paese della costa sorrentina tra democristiani e comunisti, con questi ultimi che sventolano orgogliosi la bandiera rossa, con tanto di falce e martello, dopo la vittoria dei tedeschi dell’est. Di quella partita esiste anche un ricordo di Bruno Pizzul, telecronista dell’incontro, che dopo il gol di Sparwasser disse qualcosa sui significati extracalcistici dell’evento che in RAI non venne apprezzato per niente.
Proprio in un clima analogo, ma venti anni prima, veniva giocata una partita che ha lasciato un segno indelebile nella storia del calcio e non solo: il 25 novembre 1953, si giocava a Londra una partita, amichevole per giunta, tra due squadre, l’Inghilterra e l’Ungheria, che ancora oggi, per chi ama questo sport, è considerata una tra le partite più importanti della storia del calcio. Da una parte gli inglesi, consapevoli della loro forza che si nutriva di tradizione e arroganza, non partecipavano ai Mondiali perché si consideravano, e venivano considerati, i Maestri, dall’altra gli ungheresi, fautori di un calcio innovativo, acclamati dagli esperti dell’epoca come i migliori al mondo. Ma lo scontro non era solo calcistico ma riguardava anche due sistemi di potere che si fronteggiavano ideologicamente in quella che è passata alla storia come Guerra Fredda: da una parte le democrazie liberali e capitaliste dell’occidente guidate dagli Stati Uniti dall’altra il blocco dei paesi socialisti dall’economia pianificata dell’Europa orientale guidate dall’Unione Sovietica.

Nandor Hidegkuti

Nandor Hidegkuti

Non ci volle molto ai 105.000 spettatori per capire che l’incontro a cui assistevano sarebbe stato ricco di emozioni: infatti fin dal fischio d’inizio il gioco espresso dall’Ungheria dimostrò tutta la sua qualità tanto che la prima rete venne realizzata da Hidegkuti quando la lancetta dei secondi aveva appena terminato il primo giro. L’effimero pareggio inglese, se riaccendeva le speranze dei tifosi non colpiva emotivamente gli ungheresi che concludevano la partita con il risultato di 6 a 3 a loro favore. Scrisse all’epoca Gianni Brera che il calcio espresso dagli ungheresi in quella occasione è “…talora degno di venire definito arte: potenza, fantasia, velocità, estro, sapienza tattica, driblings estemporanei, smarcamenti a sorpresa, controlli di palla acrobatici, in alto e a terra. La diagonale magica (Bozsik, Puskas, Hidegkuti) si è infilata nello schieramento inglese come uno schidione rovente”. Se Brera dava di quella partita una valutazione squisitamente calcistica l’inviato dell’Unità Luca Trevisani si esprimeva anche attraverso contenuti più politici, citando, per evitare strumentalizzazioni politiche, un frammento di un articolo pubblicato prima della partita da un quotidiano inglese: “<<Vinca, perda o pareggi ogni sportivo inglese si spetta oggi un grande match. E noi speriamo che gli ungheresi (vincano, perdano o pareggino) lascino questo paese col più felice ricordo. E’ forse uno strano commento, ma i contatti fra l’Est ed Ovest sembrano più facili attraverso i legami sportivi. Sarebbe strano, ma bello, se gli stessi atleti mostrassero ai diplomatici la via per demolire le barricate del sospetto e dell’incomprensione.>> Questo è dunque il valore dell’incontro e l’augurio delle due squadre agli uomini di tutto il mondo: abbiamo vinto o perso, questo i ventidue uomini in lotta sul verde, brillante prato di Wembley, hanno detto oggi”.
Il significato sportivo e sopratutto politico dalla partita è tuttavia una occasione di propaganda troppo ghiotta per non essere celebrata. Così la pensavano i comunisti lucchesi che, dopo poche settimane dall’incontro disputato a Wembley, organizzavano il 7 dicembre presso il Teatro del Giglio una conferenza sulla vittoria ungherese. A dire il vero l’iniziativa veniva promossa dalla Associazione Italia – Ungheria è introdotta da un suo esponente, il lucchese Sergio Dardini, futuro dirigente della federazione lucchese del Partito Comunista e parlamentare negli anni ’80. Alla presenza di centinaia di cittadini e di dirigenti sportivi locali,

On. Leonildo Tarozzi

On. Leonildo Tarozzi

tra cui il segretario provinciale della UISP, costituita a Lucca fin dalla primavera del 1950 con sede presso la Camera del Lavoro, e i dirigenti dell’U. S. di Pieve S. Paolo, dell’U. S. S. Lorenzo a Vaccoli e dell’U. S. “Rinascita” di Gragnano, veniva chiamato a parlare l’On. Leonildo Tarozzi, parlamentare comunista e giornalista, capocronista nel 1921 a Torino presso l’Ordine Nuovo di Gramsci. Tarozzi iniziava la conferenza riflettendo sull’importanza dello sport e della sua funzione nel mondo, distinguendo però i paesi dove lo sport è attività popolare e quelli dove lo stesso e mero spettacolo. Ovviamente in Ungheria, paese a nuova democrazia, lo sport veniva incoraggiato e aiutato dallo Stato tanto che la vittoria sull’Inghilterra evidenzia questo stato delle cose. Insomma, tradotto in parole semplici, l’Ungheria è forte e vince perché è un paese socialista. Tarozzi non rinunciava anche ad intrattenere il pubblico su questioni squisitamente tecniche riguardo la partita in questione. L’oratore continuava il suo intervento criticando lo stato italiano, e naturalmente per riflesso il governo, che non aiutava lo sport contrapponendolo ai paesi a democrazia popolare ma anche a quelli occidentali dove invece venivano incentivati i sostegni economici. Concludeva il suo intervento, come riportava il cronista dell’epoca, con un appello affinché “…nel nostro paese lo sport assuma un carattere veramente popolare, perché cioè il popolo partecipi attivamente e concretamente alla vita e allo sviluppo dello sport nel nostro paese”. Alla fine della serata l’assemblea approvava il testo di un telegramma ,inviato al Presidente del Consiglio ed a quello della Camera, di forte critica per la scelta governativa di inasprire il prelievo fiscale sul totocalcio danneggiando, in questo modo, lo sport italiano.ser-campeao-e-detalhe-poster01
Dunque sport e politica sono andati, e questo vale anche per i nostri tempi, sempre a braccetto (può essere superfluo ma è sempre bene ricordare il ruolo del Milan nelle strategie mediatiche di Berlusconi per creare consenso elettorale intorno ai suoi successi calcistici, senza parlare degli Agnelli…). Tuttavia e anche bene ricordare come nei primi anni ottanta nel Brasile vittima della dittatura militare, un squadra di calcio seppe infondere ai suoi tifosi passioni e valori ancora oggi attuali: era la Democracia Corinthiana di Socrates. Ma questa è veramente un’altra storia.

 

 

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