C’è bisogno di una lezione di storia

13 Set, 2019
Categoria:

Memoria storica

Justin Trudeau ha bisogno di una lezione di storia

Mentre, dopo tre quarti di secolo, il governo polacco chiede alla Germania i danni di guerra, la stampa internazionale sottolinea la responsabilità sovietica nella seconda guerra mondiale. Questo significa dimenticare che per sei anni l’URSS tentò invano di formare un’alleanza contro il nazismo. Significa anche dimenticare che nel 1938 l’alleanza di Gran Bretagna, Francia e Polonia con la Germania nazista e l’Italia fascista smembrò, con gli accordi di Monaco, la Cecoslovacchia a favore di Germania e Polonia. In realtà l’accordo tedesco-sovietico del 1939 che spartì la Polonia fu conseguenza dell’antisovietismo europeo.

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Il Primo Ministro Britannico, Neville Chamberlain.

Il 23 agosto, l’ufficio del Primo Ministro canadese ha rilasciato una dichiarazione per ricordare il cosiddetto “giorno del nastro nero” [Black Ribbon Day], una festività fasulla, istituita nel 2008-2009 dal Parlamento Europeo per commemorare le vittime del “totalitarismo” fascista e comunista e la firma, nel 1939, del Patto di Non Aggressione Molotov-Ribbentrop. Vari gruppi politici di centrodestra all’interno del Parlamento Europeo, insieme all’Assemblea Parlamentare della NATO (cioè gli Stati Uniti) avevano avviato o appoggiato l’idea. Nel 2009, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, riunita in Lituania, aveva anche approvato una risoluzione “che equiparava i ruoli dell’URSS e della Germania nazista nel dare inizio alla Seconda Guerra Mondiale.”

La dichiarazione del Primo Ministro Justin Trudeau è sulla stessa linea. Eccone un estratto: “Il Black Ribbon Day ricorda il cupo anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop. Firmato tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista nel 1939 per dividere l’Europa Centrale e Orientale, questo famigerato patto aveva posto le basi per le spaventose atrocità che questi regimi avrebbero commesso. Nella sua scia, hanno spogliato le nazioni della loro autonomia, hanno costretto le famiglie a fuggire dalle loro case e hanno fatto a pezzi intere comunità, comprese le comunità ebraiche, rom, ed altre. I regimi sovietico e nazista hanno causato indicibili sofferenze alle popolazioni di tutta Europa, con milioni di persone assassinate senza alcun motivo e private dei loro diritti, libertà e dignità.”

Come affermazione che pretende di riassumere le origini e lo svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, questa è una parodia degli eventi reali degli anni ’30 e del periodo di guerra. È una “storia falsa” motivata politicamente; in realtà è tutta una trama di bugie.

Cominciamo dall’inizio. Alla fine di gennaio del 1933 il presidente Paul von Hindenburg aveva nominato Adolf Hitler Cancelliere tedesco. In pochi mesi, il governo di Hitler aveva messo fuorilegge i partiti comunisti e socialisti tedeschi e aveva dato inizio all’instaurazione di uno stato nazista a partito unico. Fino ad allora, il governo sovietico aveva mantenuto relazioni tollerabili o comunque corrette con la Germania di Weimar, nata con il trattato di Rapallo del 1922. Il nuovo governo nazista aveva però abbandonato la linea politica [del precedente governo] e aveva lanciato una campagna propagandistica contro l’Unione Sovietica e contro i suoi diplomatici, i suoi operatori commerciali e contro i rappresentanti delle sue imprese che operavano in Germania. A volte, gli uffici commerciali sovietici venivano messi a soqquadro e il personale maltrattato dai teppisti nazisti.

A Mosca era suonato il campanello d’allarme. I diplomatici sovietici e, in particolare, il Commissario per gli Affari Esteri, Maksim M. Litvinov, avevano letto il Mein Kampf di Hitler, il suo progetto per il dominio tedesco dell’Europa, pubblicato a metà degli anni ’20. Il libro era diventato un bestseller in Germania e non poteva mancare sulla mensola del caminetto o sul tavolo del soggiorno di qualsiasi casa tedesca. Per chi non lo sapesse, il Mein Kampf definiva gli Ebrei e gli Slavi come Untermenschen, sub-umani, buoni solo per la schiavitù o la morte. Gli Ebrei non sarebbero stati gli unici obiettivi del genocidio nazista. I territori sovietici verso est, fino agli Urali, dovevano diventare tedeschi. Anche la Francia veniva citata come un nemico abituale che doveva essere eliminato.

“Che cosa ne pensate del libro di Hitler?” Litvinov chiedeva spesso ai diplomatici tedeschi a Mosca. Oh, rispondevano, non fateci caso. Hitler non ha veramente intenzione di fare quello che ha scritto. Litvinov, in risposta a simili affermazioni, sorrideva educatamente, ma non credeva ad una parola di quello che sentiva dire dai suoi interlocutori tedeschi.

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Nel dicembre 1933, il governo sovietico aveva ufficialmente istituito una nuova politica di sicurezza collettiva e di mutua assistenza contro la Germania nazista. Che cosa significava esattamente questa nuova politica? L’idea sovietica era di ripristinare l’Entente anti-tedesca della Prima Guerra Mondiale, composta da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e, sì, persino dall’Italia fascista. Sebbene non pubblicamente dichiarato, questa era una politica di contenimento e di preparazione alla guerra contro la Germania nazista, se il contenimento fosse fallito.

Nell’ottobre 1933 Litvinov si era recato a Washington per mettere a punto i termini del riconoscimento diplomatico americano dell’URSS. Aveva discusso con il nuovo presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt, sulla sicurezza collettiva contro il Giappone imperiale e la Germania nazista. Iosif Stalin, il capo di Litvinov a Mosca, aveva dato la sua approvazione a questi colloqui. Le relazioni tra Unione Sovietica e Stati Uniti erano iniziate con il piede giusto, ma, nel 1934, il Dipartimento di Stato, totalmente anticomunista, aveva sabotato il riavvicinamento iniziato da Roosevelt e Litvinov.

Allo stesso tempo, i diplomatici sovietici a Parigi stavano discutendo di sicurezza collettiva con il Ministro degli Esteri francese, Joseph Paul-Boncour. Nel 1933 e nel 1934 Paul-Boncour e il suo successore, Louis Barthou, avevano rafforzato i legami con l’URSS. Il motivo era semplice: entrambi i governi si sentivano minacciati dalla Germania hitleriana. Anche qui, i promettenti rapporti franco-sovietici erano stati sabotati da Pierre Laval, che era succeduto a Barthou dopo che quest’ultimo era rimasto ucciso a Marsiglia durante l’assassinio del re jugoslavo Alessandro I, nell’ottobre 1934. Laval era un anticomunista che preferiva un riavvicinamento con la Germania nazista alla sicurezza collettiva con l’URSS. Aveva messo i bastoni fra le ruote ad un patto di mutua assistenza franco-sovietica (che era infine stato firmato nel maggio 1935), al solo scopo di ritardare la sua ratifica da parte dell’Assemblea Nazionale Francese. Quel patto io lo chiamo coquille vide, il guscio vuoto. Laval aveva perso il potere nel gennaio 1936, ma ormai il danno era fatto. Dopo la caduta della Francia, nel 1940, Laval era diventato un collaborazionista ed era poi stato fucilato per tradimento nell’autunno del 1945.

Anche in Gran Bretagna diplomatici sovietici erano rimasti attivi e avevano cercato di dare inizio ad un avvicinamento anglo-sovietico. L’obiettivo era quello di stabilire la base per la sicurezza collettiva contro la Germania nazista. Anche qui, questa politica era stata sabotata, prima di tutto con la conclusione dell’accordo navale anglo-tedesco del giugno 1935. Questo era un patto bilaterale sul riarmo navale tedesco. I governi sovietico e francese erano rimasti sbalorditi e avevano considerato l’accordo britannico con la Germania un tradimento. All’inizio del 1936, un nuovo Ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, aveva interrotto il riavvicinamento a causa della “propaganda” comunista. I diplomatici sovietici avevano pensato che Eden fosse un “amico.” Non lo era affatto.

Una alla volta, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna avevano interrotto promettenti discussioni con l’Unione Sovietica. Perché questi governi avrebbero dovuto fare qualcosa che sembra così incomprensibile a posteriori? Perché tra le élite di governo statunitensi, francesi e britanniche l’anticomunismo e la sovietofobia erano motivazioni più forti rispetto alla percezione del pericolo rappresentato dalla Germania nazista. Al contrario, queste élite erano in larga misura solidali con Hitler. Il fascismo era un baluardo eretto a difesa del capitalismo, contro la diffusione del comunismo e contro l’espansione dell’influenza sovietica in Europa. La grande domanda degli anni ’30 era: “chi è il nemico n° 1,” la Germania nazista o l’URSS? Troppe volte, queste élite, non tutte ma la maggioranza, avevano dato a quella domanda la risposta sbagliata. Preferivano un riavvicinamento con la Germania nazista alla sicurezza collettiva e all’assistenza reciproca con l’URSS. Il fascismo rappresentava forza, potere e mascolinità per le élite europee, che spesso dubitavano di se stesse e temevano il comunismo. Le uniformi di cuoio, l’odore del sudore di decine di migliaia di fascisti in marcia con i loro tamburi, gli stendardi e le torce erano come afrodisiaci per queste élite, incerte della propria virilità e della propria sicurezza contro la crescita dell’influenza sovietica. La Guerra Civile Spagnola, scoppiata nel luglio del 1936, aveva polarizzato la politica europea tra destra e sinistra e aveva reso impossibile l’assistenza reciproca contro la Germania.

L’Italia era stata un caso particolare. Il governo sovietico aveva relazioni decenti con Roma, anche se l’Italia era fascista e la Russia uno stato comunista. L’Italia aveva combattuto dalla parte dell’Intesa durante la Prima Guerra Mondiale e Litvinov sperava che entrasse a far parte della nuova coalizione che stava cercando di costruire. Tuttavia, Benito Mussolini aveva ambizioni coloniali in Africa Orientale e aveva lanciato una guerra di aggressione contro l’Abissinia, l’ultimo pezzo di territorio africano non ancora colonizzato dalle potenze europee. Per farla breve, la crisi abissina era stata l’inizio della fine delle speranze di Litvinov di far passare l’Italia dalla sua parte.

All’inizio, anche in Romania i diplomatici sovietici avevano ottenuto qualche successo. Il Ministro degli Esteri rumeno, Nicolae Titulescu, era favorevole alla sicurezza collettiva e aveva lavorato a stretto contatto con Litvinov per migliorare le relazioni sovietico-rumene. Era stato Titulescu a sostenere Litvinov quando quest’ultimo aveva tentato, nel 1935, di siglare un accordo con la Francia per un patto di mutua assistenza, nonostante le manipolazioni e la malafede di Laval. Tra Titulescu e Litvinov c’erano state discussioni sull’assistenza reciproca. Anche queste però non erano approdate a nulla. La Romania era dominata da un’élite di estrema destra contraria a migliori relazioni con l’Unione Sovietica. Nell’agosto 1936, Titulescu si era ritrovato politicamente isolato ed era stato costretto a dimettersi. Aveva poi trascorso gran parte della sua vita all’estero, perché a Bucarest temeva per la sua incolumità.

In Cecoslovacchia, Eduard Beneš, come Titulescu, era favorevole alla sicurezza collettiva contro la minaccia nazista. Nel maggio 1935, il presidente cecoslovacco Beneš aveva firmato un patto di mutua assistenza con l’URSS, ma lo aveva ‘raffreddato’ per evitare di andare oltre il campo di applicazione del patto sovietico con la Francia, quello sabotato da Laval. I Cecoslovacchi temevano la Germania nazista, e giustamente, ma non avrebbero siglato una effettiva alleanza con l’URSS senza il pieno sostegno di Gran Bretagna e Francia, e questo non sarebbe mai arrivato.

La Cecoslovacchia e la Romania guardavano ad una Francia forte e non sarebbero andati oltre gli impegni francesi nei confronti dell’URSS. La Francia guardava alla Gran Bretagna. Gli Inglesi erano la chiave di tutto; se fossero stati pronti a marciare, pronti ad allearsi con l’URSS, tutti gli altri si sarebbero messi in fila. Senza gli Inglesi, che non avrebbero marciato, tutto sarebbe andato in pezzi.

L’Unione Sovietica aveva anche cercato di migliorare le relazioni con la Polonia. Anche qui i diplomatici sovietici avevano fallito quando, nel gennaio 1934, il governo polacco aveva firmato un patto di non aggressione con la Germania nazista. L’élite polacca non aveva mai nascosto le proprie preferenze per un riavvicinamento con la Germania, piuttosto che per migliori relazioni con l’URSS. I Polacchi erano diventati i distruttori della sicurezza collettiva, sabotando i tentativi sovietici di organizzare un’intesa anti-tedesca. Nel 1938 avevano dato il peggio di sè come complici nazisti nello smembramento della Cecoslovacchia, prima di diventare, a loro volta, vittime dell’aggressione nazista nel 1939. I diplomatici sovietici avevano ripetutamente avvertito le loro controparti polacche che la Polonia era destinata alla rovina, se non avesse cambiato politica. La Germania si sarebbe rivolta contro di loro e, al momento giusto, li avrebbe schiacciati. I Polacchi avevano preso sul ridere quegli avvertimenti, scartandoli a priori. I Russi sono “barbari“, dicevano, i Tedeschi, un popolo “civilizzato.” La scelta tra i due era facile.

Qui vorrei essere chiaro. Le prove d’archivio non lasciano dubbi, il governo sovietico aveva offerto sicurezza collettiva e assistenza reciproca a Francia, Gran Bretagna, Polonia, Romania, Cecoslovacchia, persino all’Italia fascista, e, ogni volta, le sue offerte erano state respinte, anzi rifiutate con disprezzo, come nel caso della Polonia, la grande distruttrice della sicurezza collettiva nel periodo antecedente lo scoppio della guerra nel 1939. Negli Stati Uniti, era stato il Dipartimento di Stato a sabotare il miglioramento delle relazioni con Mosca. Nell’autunno del 1936, tutti gli sforzi sovietici per l’assistenza reciproca erano falliti e l’URSS si era trovata isolata. Nessuno voleva allearsi con Mosca contro la Germania nazista; tutte le potenze europee sopra menzionate avevano condotto negoziati con Berlino per tenere il lupo lontano dalle loro porte. Sì, anche i Cecoslovacchi. L’idea, dichiarata e non dichiarata, era di spostare le ambizioni di Hitler verso est, contro l’URSS.

Poi era arrivato il tradimento di Monaco, nel settembre 1938. La Gran Bretagna e la Francia avevano venduto i Cecoslovacchi alla Germania. “Pace nel nostro tempo,” aveva dichiarato Neville Chamberlain, Primo Ministro britannico. La Cecoslovacchia era stata smembrata per comprare “la pace” per Francia e Gran Bretagna. La Polonia aveva ottenuto una modesta fetta del bottino come parte dello sporco accordo. “Sciacalli,” Winston Churchill aveva chiamato i Polacchi. Nel febbraio del 1939, il Manchester Guardian aveva definito l’accordo di Monaco “vendere gli amici per comprare i nemici.” Questa descrizione è veramente appropriata.

Nel 1939 c’era stata un’ultima possibilità per concludere un patto anglo-franco-sovietico di mutua assistenza contro la Germania nazista. La chiamo “l’alleanza che non è mai esistita.” Nell’aprile del 1939, il governo sovietico aveva offerto a Francia e Gran Bretagna un’alleanza politica e militare contro la Germania nazista. I termini della proposta di alleanza erano stati presentati in forma scritta a Parigi e Londra. Nella primavera del 1939 la guerra sembrava inevitabile. Quello che rimaneva della Cecoslovacchia era scomparsa a marzo, inghiottito dalla Wehrmacht senza che venisse sparato un solo colpo. Alla fine del mese, Hitler aveva rivendicato la città lituana di Memel, abitata sopratutto da Tedeschi. Ad aprile, un sondaggio Gallup in Gran Bretagna aveva mostrato un massiccio sostegno popolare ad un’alleanza con l’Unione Sovietica. Anche in Francia l’opinione pubblica era favorevole ad un’alleanza con Mosca. Churchill, all’epoca un deputato conservatore senza incarico, aveva dichiarato alla Camera dei Comuni che, senza l’URSS, non sarebbe stato possibile resistere con successo all’aggressione nazista.

Logicamente, pensereste che i governi francese e britannico avrebbero colto al volo le offerte sovietiche. Non era successo. Il Ministero degli Esteri inglese aveva respinto la proposta di alleanza sovietica e i Francesi si erano accodati a malincuore. Litvinov era stato destituito da commissario e sostituito da Viacheslav M. Molotov, braccio destro di Stalin. Per un certo periodo la politica sovietica era continuata invariata. A maggio Molotov aveva inviato a Varsavia la comunicazione che il governo sovietico avrebbe sostenuto la Polonia contro l’aggressione tedesca, se lo avessero desiderato. Per quanto incredibile possa sembrare, il giorno successivo, i Polacchi avevano rifiutato la mano tesa da Molotov.

Nonostante l’iniziale rifiuto britannico delle proposte sovietiche, i negoziati anglo-franco-sovietici erano continuati per tutti i mesi estivi del 1939. Tuttavia, allo stesso tempo, funzionari britannici erano stati colti a negoziare con i Tedeschi, alla ricerca di una détente dell’ultima ora con Hitler. Il fatto era diventato di dominio pubblico sui giornali britannici alla fine di luglio, quando Inglesi e Francesi si stavano preparando ad inviare missioni militari a Mosca per concludere un’alleanza. La notizia aveva fatto scandalo a Londra e aveva sollevato comprensibili dubbi da parte dei Sovietici sulla buona fede anglo-francese. Era stato allora che Molotov aveva iniziato a mostrare interesse alle aperture tedesche per un accordo.

Altri scandali sarebbero seguiti. Le missioni militari anglo-francesi si erano recate a Mosca su un lento mercantile, appositamente noleggiato, che raggiungeva la velocità massima di tredici nodi. Un funzionario del Foreign Office aveva proposto di far viaggiare le missioni su una flotta di veloci incrociatori britannici, per esibire la potenza navale britannica. Il Segretario agli Esteri, Edward Lord Halifax, aveva pensato che l’idea fosse troppo provocatoria. Quindi, le delegazioni francese e britannica avevano viaggiato su un mercante noleggiato e avevano impiegato cinque giorni per arrivare in Unione Sovietica. Cinque giorni erano importanti quando la guerra poteva scoppiare in qualsiasi momento.

La situazione avrebbe potuto diventare più tragica, più farsesca? Certamente si. Il capo negoziatore britannico, l’ammiraglio Sir Reginald Drax, non aveva l’autorizzazione per firmare un accordo con la controparte sovietica. Il suo omologo francese, il generale Joseph Doumenc, aveva una generica lettera di autorizzazione del Presidente del Consiglio francese. Poteva negoziare ma non firmare un accordo. Doumenc e Drax erano solo inutili comparse. Per contro, la parte sovietica era rappresentata dal commissario per la guerra, con pieni poteri plenipotenziari. “Finora, tutti gli indizi mostrano,” aveva avvertito l’ambasciatore britannico a Mosca, “che i negoziatori militari sovietici sono davvero intenzionati a concludere un accordo.” Al contrario, le istruzioni formali britanniche erano di “procedere molto lentamente.” Quando Drax aveva incontrato il Segretario agli Esteri Halifax, prima di partire per Mosca, gli aveva chiesto della “possibilità di fallimento” dei negoziati.” C’era stato stato un breve ma impressionante momento di silenzio,” aveva poi detto Drax, “e il Segretario agli Esteri aveva fatto notare che, nel complesso, sarebbe stato preferibile tirare i negoziati il più a lungo possibile.” Doumenc aveva rimarcato di essere stato inviato a Mosca a “mani vuote.” Non avevano nulla da offrire ai loro interlocutori sovietici. Se fosse scoppiata la guerra in Europa gli Inglesi avrebbero potuto inizialmente inviare in Francia solo due divisioni. L’Armata Rossa poteva mobilitare immediatamente cento divisioni e le forze sovietiche avevano appena sconfitto i Giapponesi in pesanti combattimenti alla frontiera con la Manciuria. Che diavolo? “Non sono seri” aveva concluso Stalin. E aveva ragione. I governi francese e britannico avevano creduto di poter prendere per i fondelli Stalin. Era stato un errore.

Dopo la malafede, dopo tutto le manovre subdole, cosa avreste fatto se foste stati nei panni di Stalin o di qualunque altro leader russo? Prendiamo i Polacchi, ad esempio; avevano lavorato contro la diplomazia sovietica a Londra, Parigi, Bucarest, Berlino, persino a Tokyo … ovunque potessero mettere i bastoni tra le ruote dei Sovietici. Avevano spartito con Hitler il bottino dello smembramento della Cecoslovacchia. Nel 1939 avevano fino all’ultimo momento cercato di eludere un’alleanza antinazista di cui l’URSS era firmataria. Lo so, sembra incredibile, quasi come l’implausibile trama di un brutto romanzo, ma è tutto vero. E poi i Polacchi hanno avuto il coraggio di accusare i Sovietici di averli pugnalati alla schiena. Satana che biasima il peccato. L’élite governativa polacca ha rovinato se stessa e la sua gente. Ancora oggi è sempre la stessa vecchia Polonia. Il governo polacco sta celebrando l’inizio della Seconda Guerra Mondiale invitando a Varsavia le ex potenze dell’Asse, ma non la Federazione Russa, anche se è stata l’Armata Rossaa liberare la Polonia con un enorme costo in morti e feriti. Questo è un fatto storico di cui i nazionalisti polacchi semplicemente non vogliono neanche sentir parlare e che cercano di cancellare dai nostri ricordi.

Dopo quasi sei anni di tentativi per creare una vasta intesa anti-tedesca in Europa, in particolare con Gran Bretagna e Francia, il governo sovietico non aveva ricavato nulla dai suoi sforzi. Niente. Alla fine del 1936, l’URSS era rimasta, a tutti gli effetti, isolata e, nonostante ciò, i diplomatici sovietici avevano cercato di raggiungere un accordo con Francia e Gran Bretagna. Gli Inglesi, i Francesi, i Rumeni, persino i Cecoslovacchi e, in particolare, i Polacchi, avevano saboto, respinto o declinato le offerte sovietiche, indebolito accordi [già firmati] con Mosca e cercato di negoziare con Berlino per salvare la propria pelle. Era come se stessero facendo un favore a Mosca compiacendo, con sorrisi educati e sornioni, i diplomatici sovietici che parlavano del Mein Kampf e mettevano in guardia sul pericolo nazista. Il governo sovietico temeva di essere lasciato nei pasticci a combattere da solo la Wehrmacht, mentre Francesi ed Inglesi se ne stavano tranquilli in Occidente.

Dopotutto, questo è esattamente ciò che avevano fatto queste due nazioni quando la Polonia era crollata in pochi giorni, all’inizio di settembre, per mano dell’esercito tedesco invasore. Se Francia e Gran Bretagna non avevano aiutato la Polonia, avrebbero fatto di più per l’URSS? È una domanda che Stalin e i suoi colleghi si erano sicuramente posti.

Il patto Molotov-Ribbentrop è stato il risultato del fallimento di quasi sei anni di sforzi sovietici per formare un’alleanza antinazista con le potenze occidentali. Il patto è stato una cosa orribile. E’ stato il sauve qui peut sovietico e conteneva un codicillo segreto che prevedeva la creazione di “sfere di influenza” nell’Europa orientale “in caso di … riorganizzazioni territoriali e politiche.” Ma non era niente di peggio di quello che Francesi e Inglesi avevano fatto a Monaco. “C’est la réponse du berger à la bergère,” aveva osservato l’ambasciatore francese a Mosca, se vale per uno vale anche per l’altro.

Lo smembramento della Cecoslovacchia era stato il precedente per tutto ciò che ne era seguito. Come aveva giustamente affermato molto tempo fa il defunto storico britannico A.J.P. Taylor: i violenti rimproveri occidentali contro l’URSS “arrivavano in malafede da quegli stessi statisti che erano andati a Monaco…. I Russi, infatti, avevano fatto solo quello che gli statisti occidentali avevano sperato di fare e l’amarezza occidentale era l’amarezza della delusione, unita alla rabbia [della scoperta] che le dichiarazioni del comunismo non erano più sincere delle loro dichiarazioni di democrazia [nel trattare con Hitler]. ”

C’era poi stato il periodo dell’arrendevolezza sovietica verso la Germania hitleriana, non più attraente dell’acquiescenza anglo-francese che l’aveva preceduta. E qui Stalin aveva fatto un grosso errore di calcolo. Aveva ignorato gli avvertimenti della sua stessa intelligence militare su un’invasione nazista dell’URSS. Pensava che Hitler non sarebbe stato così sciocco da invadere l’Unione Sovietica, mentre la Gran Bretagna era ancora una potenza belligerante. Quanto si sbagliava. Il 22 giugno 1941 le potenze dell’Asse avevano invaso l’Unione Sovietica con un’enorme esercito lungo un fronte che andava dal Mar Baltico al Mar Nero.

Era stato l’inizio della Grande Guerra Patriottica, 1418 giorni della più orrenda e scatenata violenza. L’URSS si era alleata, alla fine, con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti contro la Germania di Hitler. Era la cosiddetta Grand Alliance. Naturalmente la Francia era scomparsa, schiacciata dall’esercito tedesco in una debacle militare nel maggio 1940. Durante i primi tre anni di combattimenti, dal giugno 1941 al giugno 1944, l’Armata Rossa aveva combattuto quasi da sola contro la Wehrmacht nazista. Ironia della sorte. Stalin aveva fatto tutto il possibile per evitare di affrontare da solo la Germania hitleriana, eppure era successo, l’Armata Rossa si era ritrovata a combattere, quasi da sola, contro la Wehrmacht e le potenze dell’Asse. Le sorti della guerra si erano rovesciate a Stalingrado, sedici mesi prima che gli alleati occidentali sbarcassero in Normandia. Ecco che cosa aveva scritto il presidente Roosevelt a Stalin il 4 febbraio 1943, il giorno dopo la resa delle ultime forze tedesche a Stalingrado. “Come comandante in capo delle forze armate degli Stati Uniti d’America, mi congratulo con lei per la brillante vittoria di Stalingrado degli eserciti sotto il suo comando supremo. I 162 giorni di epica battaglia per la città che da sempre onora il suo nome e il risultato decisivo che tutti gli Americani stanno oggi celebrando rimarranno uno dei capitoli più orgogliosi di questa guerra di popoli uniti contro il nazismo e i suoi sodali. I comandanti e i combattenti del suo esercito al fronte, gli uomini e le donne che li hanno sostenuti, nelle fabbriche e nei campi, si sono uniti non solo per coprire di gloria le forze armate del loro paese, ma per ispirare con il loro esempio una nuova determinazione tra tutte le Nazioni Unite che usano tutte le loro energie per arrivare alla sconfitta finale e alla resa incondizionata del nemico comune.” Come Churchill aveva detto a Roosevelt nello stesso momento: “Senti, chi sta davvero combattendo oggi? Stalin da solo! E guarda come sta combattendo … ” Sì, davvero, non dovremmo, nemmeno adesso, dimenticare come aveva combattuto l’Armata Rossa.

Dal giugno 1941 al settembre 1943 non c’era stata una sola divisione americana, britannica o canadese che combattesse sul territorio dell’Europa continentale, nemmeno una. I combattimenti in Nord Africa erano stati un evento secondario, in cui le forze anglo-americane avevano affrontato due divisioni tedesche, mentre più di duecento divisioni tedesche erano schierate sul fronte sovietico. La campagna italiana, iniziata nel settembre del 1943, era stata un fiasco, che aveva tenuto impegnate più divisioni alleate che tedesche. Quando gli alleati occidentali erano finalmente arrivati in Francia, la Wehrmacht era solo l’ombra malconcia di quello che era stata quando i suoi soldati avevano oltrepassato la frontiera sovietica, nel giugno del 1941. Lo sbarco in Normandia non è stato un evento culminante, se ha avuto successo è stato per merito dell’Armata Rossa e, in nessun caso, è stato la battaglia “decisiva” della Seconda Guerra Mondiale, così come vorrebbero farci credere i media occidentali.

Nell’Unione Sovietica i Tedeschi avevano saccheggiato, bruciato, ucciso incessantemente, in un tentativo di genocidio del popolo sovietico, Slavi ed Ebrei allo stesso modo. Si stima che 17 milioni di civili siano morti per mano degli eserciti nazisti e dei loro collaboratori ucraini e baltici. Dieci milioni di soldati dell’Armata Rossa sono morti in guerra per liberare l’Unione Sovietica e l’Europa Orientale e per abbattere la bestia nazista nella sua tana di Berlino. Grandi aree dell’Unione Sovietica erano state devastate, da Stalingrado ad est fino al Caucaso e a Sebastopoli a sud e fino alle frontiere rumena, polacca e baltica ad ovest e a nord. Mentre ci sono stati massacri nazisti di civili a Ouradour-sur-Glâne in Francia e a Lidice in Cecoslovacchia, di stragi simili ce ne sono state centinaia nell’Unione Sovietica in Bielorussia e in Ucraina, in luoghi di cui non conosciamo i nomi o che sono riportati solo in archivi storici ancora inesplorati o inediti. Qualunque peccato, qualunque turpitudine, qualunque errore commesso dal governo sovietico tra il settembre 1939 e il giugno 1941, è stato ripagato per intero dai colossali sacrifici e dalla vittoria delle armate sovietiche contro la Germania hitleriana.

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Alla luce di questi fatti, la dichiarazione di Trudeau del 23 agosto è solo propaganda anti-russa politicamente motivata, che non serve alcun interesse nazionale canadese. Trudeau ha gratuitamente insultato non solo il governo della Federazione Russa, ma anche tutti i Russi i cui genitori e nonni avevano combattuto nella Grande Guerra Patriottica. [Così facendo] cerca di delegittimare il carattere emancipatorio della guerra dell’URSS contro l’invasore hitleriano e tenta di screditare lo sforzo bellico sovietico. La dichiarazione di Trudeau asseconda gli interessi del suo ministro ucraino per gli affari esteri a Ottawa, Chrystia Freeland, una nota russofoba, che celebra i trascorsi del suo defunto nonno, un collaborazionista ucraino nella Polonia occupata. Questa donna è una sostenitrice del regime di Kiev, emerso dal violento colpo di stato di Maidan contro il legittimo presidente ucraino, golpe che era stato sostenuto dalle milizie fasciste e, dall’estero, dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Per quanto assurdo possa sembrare, questo regime celebra le gesta dei collaboratori nazisti della Seconda Guerra Mondiale, ora trattati come eroi nazionali. Il Primo Ministro canadese ha disperatamente bisogno di una lezione di storia prima di insultare nuovamente il popolo russo e poi perché, con le sue parole, denigra anche i sacrifici dei soldati e dei marinai canadesi alleati con l’URSS contro il nemico comune.

Traduzione
Markus

Fonte
ComeDonChisciotte.org (Italia)
Strategic Culture Foundation (Russia)

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