Ce lo dissero le mosche

17 Set, 2015
0

Ce lo dissero le mosche…

Mariella Di Stefano

Trentatre anni fa il massacro di Sabra e Chatila in Libano con 3500 palestinesi trucidati dalle milizie falangiste sotto regia israeliana. Per non dimenticare

“Furono le mosche a farcelo capire. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l’odore. Grosse come mosconi, all’inizio ci coprirono completamente, ignare della differenza tra vivi e morti. Se stavamo fermi a scrivere, si insediavano come un esercito – a legioni – sulla superficie bianca dei nostri taccuini, sulle mani, le braccia, le facce, sempre concentrandosi intorno agli occhi e alla bocca, spostandosi da un corpo all’altro, dai molti morti ai pochi vivi, da cadavere a giornalista, con i corpicini verdi, palpitanti di eccitazione quando trovavano carne fresca sulla quale fermarsi a banchettare. (…) Quello che trovammo nel campo palestinese di Shatila alle dieci di mattina del 18 settembre 1982 non era indescrivibile, ma sarebbe stato più facile da raccontare nella fredda prosa scientifica di un esame medico. C’erano già stati massacri in Libano, ma raramente di quelle proporzioni. Quei civili, a centinaia, erano tutti disarmati. Era stato uno sterminio di massa, un’atrocità, un crimine di guerra”.foto sabra e chatila

Raccontò con queste parole ciò che vide al suo ingresso nei campi profughi palestinesi in Libano dopo la mattanza di Sabra e Chatila il giornalista Robert Fisk.
Sono passati 33 anni da quel terribile evento e il popolo palestinese non ha ancora conseguito i suoi diritti storici: uno stato indipendente, la fine dell’occupazione, lo smantellamento degli insediamenti dei coloni, il diritto al ritorno per i milioni di profughi sparsi nei paesi nel mondo.
Oggi mentre i palestinesi sono attaccati dall’esercito di Israele nella moschea di Al Aqsa di Gerusalemme, la storia di quei giorni ci impone di non dimenticare.
La breve cronaca dei terribili giorni del settembre 1982 che segue fa riferimento al libro “La diaspora palestinese in Libano e i tempi della guerra civile”, a cura di Mariano Mingarelli dell’Associazione di amicizia italo-palestinese di Firenze.
Nel giugno 1982 gli israeliani assediarono Beirut accerchiando 15000 combattenti palestinesi dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). All’inizio di luglio il presidente americano Ronald Reagan invia il mediatore Philip Habib che ottiene dal premier Menachen Begin l’assicurazione che i suoi soldati non sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i palestinesi nei campi profughi. L’accordo, con l’assenso del governo libanese, fu firmato il 19 agosto, ma la situazione stava di nuovo per cambiare: il 23 agosto infatti venne eletto presidente Bashir Gemayel che godeva del favore dei falangisti cristiani e di Israele.
Il 19 agosto1982, la proposta libanese sull’intervento di una “Forza Multinazionale di interposizione” è accettata dai rappresentanti di USA, Francia, Italia e Israele. Lo scopo del piano è garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il mandato ha la durata di un mese, dal 21 agosto al 21 settembre 1982, e prevede la presenza di 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani. Partiti i combattenti palestinesi entro il 4 settembre, la forza multinazionale deve collaborare con l’esercito libanese per portare una sicurezza durevole in tutta la zona di operazioni e garantire l’incolumità dei civili palestinesi rimasti. Tra la fine di agosto e i primi di settembre, 15.000 combattenti palestinesi e tutta la dirigenza politica dell’OLP sono costretti ad abbandonare i campi e imbarcarsi per Tunisi.
Il 23 agosto 1982 il Parlamento libanese, riunito nel settore Est controllato dai falangisti e circondato dai tank israeliani, elegge come presidente della repubblica Beshir Gemayel. Israele ha realizzato il suo obiettivo: al potere c’è l’uomo che per anni ha armato e sostenuto e che vuole portare a termine non solo il disarmo di tutti i palestinesi, ma anche la cancellazione della loro presenza in Libano.
Nel settore Ovest di Beirut ci sono ancora le milizie armate “Morabitun” dei nasseriani, quelle degli sciiti del movimento Amal, dei comunisti, e dei drusi del partito social-progressista di Walid Jumblatt, che sono in possesso anche di armi pesanti. Beshir Gemayel per imporre la sua autorità anche su Beirut Ovest deve appoggiarsi all’azione repressiva delle truppe israeliane di occupazione. Quelle delle UN risultano essere solo d’intralcio e vanno fatte ripartire il più presto possibile.
Nonostante la richiesta di alti esponenti di governo, sunniti e cristiani, perché la Forza Multinazionale resti a presidiare Beirut fino alla partenza delle truppe israeliane, questa si imbarca in anticipo sulla data stabilita, lasciando libero il campo all’invasione di Beirut Ovest. Il 9 settembre partono i marines, l’11 i bersaglieri italiani e il 13 settembre i francesi.
Il 12 settembre le Forze libanesi ammassano a Shweifat camion per il trasporto di truppe e bulldozer per demolire i campi di Sabra e Chatila, oltre che per scavare le fosse comuni dove seppellire le future vittime.
Il 14 settembre una carica di tritolo esplode nella roccaforte cristiana delle “Forze Libanesi” ad Ashrafieh facendo 21 morti, tra i quali il presidente Beshir Gemayel. Responsabile dell’attentato è un appartenente al “Partito social-nazionalista siriano”, che ha agito per vendicare la morte del padre, assassinato dalle squadre di Beshir Gemayel.
Il 15 settembre le truppe israeliane invadono Beirut Ovest, circondano i campi profughi e bloccano ogni possibilità di accesso e di circolazione all’interno della città. Nonostante le “precise garanzie” per l’incolumità dei civili palestinesi date al rappresentante del governo USA, Philip Habib, il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo delle “Forze Libanesi” di affidare il comando dell’operazione di “pulizia etnica” a Sabra e Chatila al responsabile dei servizi speciali libanesi, Elias Hobeika.sabra_chatila_massacre_07
Prima dell’azione delle forze libanesi, soldati israeliani del corpo d’élite “Sayyeret Maktal”, setacciano i campi e i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti credendosi al sicuro, dei quali hanno nominativi e indirizzi. I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti e, appena viene identificata la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all’istante con una pallottola alla nuca. In questo modo vengono assassinate 63 persone.
Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre i miliziani libanesi penetrano nei campi e iniziano la mattanza. Dopo la prima “eliminazione mirata” effettuata dagli specialisti del “Sayyeret Maktal”, nei campi, sui camion militari dell’esercito israeliano, vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito del Sud del Libano, al comando del maggiore Saad Haddad.
Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità.
Palestinesi, siriani e libanesi subiscono lo stesso destino: prima il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, con coltelli, accette, pugnali ma dopo i primi spari e un tentativo di resistenza il massacro prosegue con maggior ferocia.
Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi di bambini sgozzati o impalati. Teste, gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Brandelli di corpi incastrati trai i cingoli dei carri armati. Corpi di bambini, di uomini fucilati. Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o fosse comuni.
Il rastrellamento avviene casa per casa sotto l’occhio vigile di soldati e ufficiali israeliani che dall’alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze. Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero. Coloro che hanno cercato rifugio nell’ospedale vengono trascinati via. Alcuni sono assassinati subito, altri prima di arrivare alla Città sportiva.
Venerdì 17 settembre la notizia della strage comincia a circolare e varie ambasciate informano i loro governi. Le milizie libanesi ora hanno fretta, devono finire presto il lavoro, sparano su tutto ciò che si muove a Chatila, alla rinfusa, lasciando i cadaveri accatastati nei vicoli.
Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri tra le macerie dello stadio bombardato, presso i campi palestinesi. Israele intanto partecipa alla strage con il lancio continuo di razzi che illuminano a giorno le vie dei campi profughi, fornisce supporto in armi e razioni alimentari. Soldati e ufficiali israeliani sono direttamente presenti sulla scena a dirigere l’azione dei miliziani libanesi. Ai posti di blocco respingono uomini e donne palestinesi e libanesi che cercano scampo nella fuga.
All’alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro di sé un numero imprecisato di morti nelle strade, nei vicoli, nelle case. Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa riescono finalmente a entrare nei campi l’immagine è spaventosa quella descritta da Robert Fisk. Il numero totale delle persone assassinate o scomparse nel nulla è di circa 3.500.

 

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *