Cuba: la mossa storica di Obama

8 Gen, 2015
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Internazionale

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di Noam Chomsky

La creazione di rapporti diplomatici tra USA e Cuba è stata diffusamente salutata come un evento d’importanza storica. Il corrispondente John Lee Anderson, che ha scritto intelligentemente sulla regione, sintetizza una reazione generale tra gli intellettuali quando scrive, sul New Yorker, che: “Barack Obama ha dimostrato di essere in grado di agire da statista di livello storico. E lo stesso ha fatto, in questo momento, Raùl Castro. Per i cubani questo momento sarà emotivamente catartico e anche storicamente di trasformazione. Il loro rapporto con il ricco, potente vicino nordamericano è rimasto congelato per cinquant’anni, dagli anni sessanta. A un livello surreale anche i loro destini sono rimasti congelati. Anche per gli statunitensi questo è importante. La pace con Cuba ci riporta momentaneamente indietro all’era dorata in cui gli Stati Uniti erano una nazione amata in tutto il mondo, quando era in carica un J.F.K. giovane e bello, prima del Vietnam, prima di Allende, prima dell’Iraq e di tutte le altre miserie, e ci consente di sentirci orgogliosi di noi stessi per aver finalmente fatto la cosa giusta.”
Il passato non è così idillico com’è persistentemente dipinto nell’immagine da Camelot. JFK non fu “prima del Vietnam” o addirittura prima di Allende e dell’Iraq, ma tralasciamo questo. In Vietnam, quando JFK assunse la carica, la brutalità del regime di Diem imposto dagli USA aveva finalmente suscitato una resistenza interna che non era in grado di controllare. Kennedy si trovò perciò di fronte a quello che definì un “assalto dall’interno”, “un’aggressione interna” nell’interessante espressione preferita dal suo ambasciatore all’ONU Adlai Stevenson.john-f-kennedy-1
Kennedy perciò intensificò immediatamente l’intervento statunitense trasformandolo in una vera e propria aggressione, ordinando all’aviazione USA di bombardare il Vietnam del Sud (con contrassegni sud-vietnamiti che non ingannarono nessuno), autorizzando il napalm e la guerra chimica per distruggere raccolti e bestiame e lanciando programmi per trasferire i contadini in campi virtuali di concentramento per “proteggerli” dai guerriglieri che Washington sapeva essi prevalentemente appoggiavano.
Nel 1963 rapporti dal campo sembrarono indicare che la guerra di Kennedy stava avendo successo, ma sorse un grave problema. In agosto l’amministrazione apprese che il governo di Diem stava cercando di negoziare con il nord per por fine al conflitto.
Se JFK avesse avuto la minima intenzione di ritirarsi, quella sarebbe stata l’occasione perfetta per farlo elegantemente, senza costi politici, persino rivendicando, nello stile consueto, che erano state la forza d’animo e la difesa per principio della libertà da parte degli Stati Uniti a costringere i nord-vietnamiti ad arrendersi. Invece Washington appoggiò un colpo di stato militare per installare generali falchi più in sintonia con la vera devozione di JFK; il presidente Diem e suo fratello furono assassinati nel corso degli eventi. Con la vittoria apparentemente a portata di mano, Kennedy accettò con riluttanza una proposta del Segretario alla Difesa Robert McNamara di avviare un ritiro delle truppe (NSAM 263) ma solo con una clausola cruciale: Dopo la Vittoria. Kennedy mantenne insistentemente tale pretesa fino a suo assassinio poche settimane dopo. Molte illusioni sono state inventate a proposito di questi eventi, ma esse crollano rapidamente sotto il peso delle ricche prove documentali.
Anche la storia altrove non fu così idillica come le leggende di Camelot. Una delle decisioni di maggior importanza di Kennedy fu nel 1962, quando egli cambiò efficacemente la missione dell’esercito latinoamericano dalla “difesa dell’emisfero” – un residuo della seconda guerra mondiale – alla “sicurezza interna”, un eufemismo per la guerra contro il nemico interno, la popolazione. I risultati sono stati descritti da Charles Maechling, che diresse la pianificazione statunitense della contro-insurrezione e della difesa interna dal 1961 al 1966. La decisione di Kennedy, ha scritto, ha modificato la politica USA dalla tolleranza “della rapacità e crudeltà dei militari latinoamericani” alla “complicità diretta” nei loro crimini, al sostegno statunitense ai “metodi delle squadre di sterminio di Heinrich Himmler”. Quelli che non preferiscono quella che lo specialista di relazioni internazionali Michael Glennon ha chiamato l’”ignoranza intenzionale” possono facilmente completare i dettagli.
A Cuba Kennedy ereditò la politica di Eisenhower di embargo e di piani formali per rovesciare il regime e li intensificò rapidamente con l’invasione della Baia dei Porci. Il fallimento dell’invasione provocò quasi l’isterismo a Washington. Alla prima riunione del gabinetto dopo la fallita invasione l’atmosfera fu “quasi feroce”, annotò privatamente il sottosegretario di stato Chester Bowles: “ci fu una reazione quasi convulsa a favore di un piano d’azione”. Kennedy espresso l’isterismo nelle sue pronunce pubbliche: “La società compiaciute, autoindulgenti, morbide stanno per essere spazzate via tra le macerie della storia. Solo i forti … hanno una possibilità di sopravvivere”, dichiarò al paese, anche se era consapevole, come disse privatamente, che gli alleati “pensano che siamo leggermente pazzi” riguardo a Cuba. Non senza motivo.
Le azioni di Kennedy furono coerenti con le sue parole. Lanciò una campagna terroristica omicida mirata a scatenare su Cuba “i terrori della terra”, espressione del consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger, con riferimento al progetto img200-1---Fidel-Castro-nel-1962-e-John-Kennedyassegnato dal presidente al proprio fratello, Robert Kennedy, come priorità massima. A parte l’uccisione di migliaia di persone assieme a una distruzione su vasta scala, i terrori della terra furono uno dei principali fattori che portarono il mondo sull’orlo di una guerra nucleare terminale, come rivelano studi recenti. L’amministrazione riprese gli attacchi terroristici non appena si placò la crisi dei missili.
Un modo standard per evitare l’argomento sgradevole consiste nel concentrarsi sui complotti assassini della CIA contro Castro, ridicolizzandone l’assurdità. Ci furono realmente, ma furono una nota in calce minore alla guerra terroristica lanciata dai fratelli Kennedy dopo il fallimento della loro invasione della Baia dei Porci, una guerra cui è difficile trovare paragoni negli annali del terrorismo internazionale.
Oggi si discute molto se Cuba debba essere cancellata dalla lista degli stati che appoggiano il terrorismo. Ciò può solo richiamare alla mente le parole di Tacito, che “il crimine, una volta denunciato, non ha altro rifugio che l’audacia”. Salvo che non è denunciato, grazie al “tradimento degli intellettuali”.
Nell’assumere la carica dopo l’assassinio, il presidente Johnson ammorbidì il terrorismo, che comunque proseguì in tutti gli anni ’90. Ma non aveva intenzione di lasciar vivere in pace Cuba. Egli spiegò al senatore Fulbright che anche se “non finirò in nessuna Baia dei Porci” egli voleva consigli su “che cosa dovremmo fare per schiacciar loro le palle più di quanto stiamo facendo”. Commentando, lo storico latinoamericano Lars Schoultz osserva che “lo schiacciamento di palle è stato sempre da allora la politica statunitense”.
Alcuni, di certo, sentirono che quei mezzi delicati non erano sufficienti; ad esempio il membro del gabinetto Nixon, Alexander Haig, che chiese al presidente: “Me lo dica soltanto e io trasformerò quella fottuta isola in un parcheggio”. La sua eloquenza catturava vividamente la lunga frustrazione dei dirigenti statunitensi riguardo a “quell’infernale piccola repubblica cubana”, espressione di Theodore Roosevelt nell’inveire furiosamente sull’indisponibilità cubana ad accettare graziosamente l’invasione statunitense del 1898 per bloccare la liberazione dell’isola dalla Spagna e trasformarla in una virtuale colonia. Certamente la sua scalata della collina di San Juan era stata per una causa nobile (comunemente si trascura che i battaglioni afroamericani furono in larga misura i veri protagonisti della conquista della collina).
Lo storico di Cuba Louis Pérez scrive che l’intervento statunitense, celebrato in patria come intervento umanitario per liberare Cuba, ottenne i suoi reali obiettivi: “Una guerra cubana di liberazione fu trasformata in una guerra statunitense di conquista”, la “guerra ispano-americana” in termini imperiali, intesa a oscurare la vittoria cubana che fu rapidamente fatta abortire dall’invasione. Il risultato placò le ansie statunitensi a proposito “di quello che era un anatema per tutti i decisori nordamericani della politica dopo Thomas Jefferson: l’indipendenza di Cuba”.
Come sono cambiate le cose in due secoli!
Negli ultimi cinquant’anni ci sono stati tentativi incerti di migliorare le relazioni, analizzati in dettaglio da William LeoGrande e Peter Kornbluh nel loro esauriente studio recente ‘Back Channel to Cuba’ [Dietro le quinte su Cuba]. Si può discutere se dovremmo sentirci “orgogliosi di noi stessi” per i passi intrapresi da Obama, ma sono “la cosa giusta”, anche se resta in vigore il devastante embargo condannato dal mondo intero (con l’eccezione di Israele) e il turismo è tuttora vietato. Nel suo discorso alla nazione con cui ha annunciato la nuova politica, il presidente ha chiarito che anche sotto altri aspetti la punizione di Cuba per essersi rifiutata di piegarsi alla volontà e alla violenza statunitensi proseguirà, ripetendo pretesti che sono troppo ridicoli per meritare commenti.
Meritano comunque attenzione parole del presidente quali le seguenti:
“Orgogliosamente gli Stati Uniti hanno appoggiato la democrazia e i diritti umani a Cuba in tutti questi cinque decenni. L’abbiamo fatto principalmente mediante politiche che mirano a isolare l’isola, impedendo i viaggi e i commerci più elementari di cui gli statunitensi possono godere in ogni altro luogo. E anche se questa politica ha avuto radici nelle migliori intenzioni, nessun’altra nazione si unisce a noi nell’imporre queste sanzioni ed essa ha avuto scarsi effetti, a parte l’offrire al governo cubano una logica per imporre restrizioni al suo popolo … Oggi sono sincero con voi. Non potremo mai cancellare la storia tra noi.”
Si deve ammettere la stupefacente audacia di questa pronuncia, che di nuovo richiama le parole di Tacito. Obama non ignora certo la storia reale, che include non solo la guerra terroristica omicida e lo scandaloso embargo economico, ma anche l’occupazione militare del sud-est di Cuba per più di un secolo, tra cui il suo porto principale, nonostante le richieste del governo, sin dall’indipendenza, di restituzione di ciò che era stato rubato sotto la minaccia delle armi, una politica giustificata soltanto dal fanatico impegno a bloccare lo sviluppo economico di Cuba. In confronto l’illegale occupazione della Crimea da parte di Putin pare quasi benevola. La devozione alla vendetta contro gli impudenti cubani che si oppongono al dominio statunitense è stata così estrema che ha superato addirittura i desideri di normalizzazione di settori potenti della comunità degli affari – industria farmaceutica, agroalimentare, energetica – uno sviluppo insolito nella politica statunitense. Le politiche crudeli e vendicative di Washington hanno virtualmente isolato gli Stati Uniti nell’emisfero e suscitato sdegno e ridicolo in tutto il mondo. Washington e i suoi accoliti amano fingere di aver “isolato” Cuba, come ha intonato Obama, ma la storia dimostra chiaramente che sono stati gli Stati Uniti a essere isolati, probabilmente il principale motivo del parziale cambiamento di corso.l43-esercito-soldato-soldati-120125143834_medium
Anche l’opinione nazionale è stata indubbiamente un fattore della “mossa storica” di Obama, anche se il pubblico è da lungo tempo, senza esito, a favore della normalizzazione. Un sondaggio CNN del 2014 ha mostrato che solo un quarto degli statunitensi oggi considera Cuba una minaccia seria per gli Stati Uniti, in confronto con i due terzi di trent’anni prima, quando il presidente Reagan avvertiva circa la grave minaccia alle nostre vite posta dalla capitale mondiale della noce moscata (Grenada) e dall’esercito nicaraguense, a soli due giorni di marcia dal Texas. Con i timori in qualche modo oggi abbattuti, forse possiamo leggermente abbassare la nostra vigilanza.
In estesi commenti circa la decisione di Obama, un tema principale è stato che i benevoli sforzi di Washington di portare ai sofferenti cubani la democrazia e i diritti umani, macchiati soltanto dalle infantili marachelle della CIA, sono stati un fallimento. I nostri nobili obiettivi non sono stati realizzati, dunque è corretto un riluttante cambiamento di corso.
Le politiche sono state un fallimento? Dipende da quale era l’obiettivo. La risposta è molto chiara nella storia documentale. La minaccia cubana era quella familiare che percorre l’intera storia della Guerra Fredda, con molti precedenti. Fu dichiarata con chiarezza dell’amministrazione Kennedy entrante. La principale preoccupazione era che Cuba potesse essere un “virus” che potesse “diffondere il contagio”, per mutuare le parole di Kissinger circa il tema standard, con riferimento al Cile di Allende. Ciò fu riconosciuto immediatamente.
Intendendo concentrare l’attenzione sull’America Latina, prima di assumere la carica Kennedy creò una Missione Latinoamericana, guidata da Arthur Schlesinger, che riferì le sue conclusioni al presidente entrante. La Missione avvertì dell’influenzabilità dei latinoamericani “all’idea di Castro di prendere le questioni nelle proprie mani”, un grave pericolo, come Schlesinger sviluppò successivamente, quando “la distribuzione delle terre e di altre forme di ricchezza nazionali favoriscono considerevolmente le classi abbienti … [e] i poveri e non privilegiati, stimolati dall’esempio della rivoluzione cubana, stanno oggi rivendicando opportunità di un tenore di vita decente.”
Schlesinger stava ripetendo le lamentele del Segretario di Stato John Foster Dulles, che si lamentava con il presidente Eisenhower dei pericoli posti dai “comunisti” nazionali, che erano in grado “di prendere il controllo dei movimenti di massa”, un vantaggio ingiusto che noi “non abbiamo alcuna capacità di replicare”. Il motivo è che “i poveri sono quelli cui si rivolgono e loro hanno sempre voluto depredare i ricchi”. E’ difficile convincere persone tarde e ignoranti a seguire il nostro principio che dovrebbero essere i ricchi a depredare i poveri.
310x0_1419091180364_raul_castro__ansa_Altri hanno elaborato gli avvertimenti di Schlesinger. Nel luglio del 1961 la CIA riferì che “l’estesa influenza del ‘Castrismo’ non è in funzione della potenza cubana … l’ombra di Castro incombe vasta perché le condizioni sociali ed economiche in tutta l’America Latina incitano all’opposizione contro l’autorità di governo e incoraggiano agitazioni per cambiamenti radicali”, di cui la Cuba di Castro offre un modello. Il Consiglio per la Pianificazione Politica del Dipartimento di Stato ha ulteriormente spiegato che “il pericolo fondamentale che abbiamo di fronte con Castro è … l’impatto che l’esistenza stessa di questo regime ha sui movimenti di sinistra di molti paesi latinoamericani … La semplice realtà è che Castro rappresenta una ribellione riuscita agli USA, una negazione della nostra intera politica emisferica di quasi un secolo e mezzo”, sin da quando la Dottrina Monroe dichiarò l’intenzione statunitense di dominare l’emisfero. Per dirlo in termini semplici, lo storico Thomas Paterson osserva: “Cuba, come simbolo e realtà, ha sfidato l’egemonia statunitense in America Latina”.
Il modo per affrontare un virus che potrebbe diffondere un contagio consiste nell’uccidere il virus e nel vaccinare le vittime potenziali. Tale politica sensata è esattamente quella che Washington ha perseguito e, in termini dei suoi obiettivi primari, tale politica è stata molto riuscita. Cuba è sopravvissuta, ma senza la capacità di conseguire il temuto potenziale. E la regione è stata “vaccinata” con dittature militari malvage per impedire il contagio, a partire dal colpo di stato militare ispirato da Kennedy che creò il terrorismo della Sicurezza Nazionale e il regime delle torture in Brasile, poco dopo l’assassinio di Kennedy, salutati con grande entusiasmo a Washington. I generali avevano messo in atto una “ribellione democratica”, telegrafò in patria l’ambasciatore Lincoln Gordon. La rivoluzione era “una grande vittoria per il mondo libero”, che aveva impedito una “perdita totale, per l’occidente, di tutte le repubbliche latinoamericane” e che doveva “creare un clima considerevolmente migliorato per gli investimenti privati”. Tale rivoluzione democratica era “la singola vittoria più decisiva della libertà della metà del ventesimo secolo”, riteneva Gordon, “uno dei maggiori punti di svolta della storia mondiale” in tale periodo, che aveva rimosso quello che Washington considerava un clone di Castro.
Il contagio si è poi diffuso in tutto il continente, culminando nelle guerre terroristiche di Reagan in America Centrale e infine nell’assassinio di sei eminenti intellettuali latinoamericani, sacerdoti gesuiti, da un battaglione salvadoregno d’élite, fresco di un addestramento aggiornato presso la Scuola Speciale di Guerra JFK a Fort Bragg, eseguendo gli ordini dell’Alto Comando di assassinarli con tutti i testimoni, la loro governante e sua figlia. Il venticinquesimo anniversario dell’assassinio è appena trascorso, commemorato dal consueto silenzio, considerato appropriato per i nostri crimini.
Molto dello stesso è stato vero riguardo alla guerra del Vietnam, considerata anch’essa un fallimento e una sconfitta. Il Vietnam, in sé, non era di particolare interesse, ma come la storia documentale rivela, Washington era preoccupata che un riuscito sviluppo indipendente in quel paese potesse diffondere il contagio nell’intera regione, raggiungendo l’Indonesia, con le sue ricche risorse e arrivando forse sino al Giappone – il “superdomino” come è stato descritto dallo storico dell’Asia John Dower – che avrebbe potuto adeguarsi a un’Asia Orientale indipendente, divenendone il centro industriale e tecnologico, indipendente dal controllo statunitense, costruendo, in effetti, un Nuovo Ordine in Asia. Gli USA non erano preparati a perdere la fase del Pacifico della seconda guerra mondiale agli inizi degli anni ’50, perciò si rivolsero rapidamente ad appoggiare la guerra francese per riconquistare la sua ex colonia, e poi proseguire con i successivi errori, fortemente intensificati quando Kennedy assunse la carica e poi dai suoi successori.images
Il Vietnam fu virtualmente distrutto: non sarebbe stato un modello per nessuno. E la regione fu protetta installando dittature omicide, in molto molto simile all’America Latina negli stessi anni; non è innaturale che la politica imperiale debba seguire linee simili in parti diverse del mondo. Il caso più importante fu l’Indonesia, protetta dal contagio mediante il colpo di stato di Suharto del 1965, uno “sconvolgente massacro di massa”, come lo descrisse accuratamente il New York Times, in un contemporaneo scoppio di generale euforia sul “raggio di luce in Asia” (opinionista liberale James Reston). A posteriori il consigliere di Kennedy-Johnson per la Sicurezza Nazionale, McGeorge Bundy, ha riconosciuto che “il nostro sforzo” in Vietnam fu “eccessivo” dopo il 1965, con l’Indonesia vaccinata con sicurezza.
La guerra del Vietnam è descritta come un fallimento, una sconfitta statunitense. In realtà fu una parziale vittoria. Gli USA non conseguirono il loro obiettivo massimo di trasformare il Vietnam nelle Filippine, ma furono superate le preoccupazioni maggiori, in larga misura come nel caso di Cuba. Tali esiti perciò contano come una sconfitta, una fallimento, decisioni terribili.
La mentalità imperiale è meravigliosa da affermare. Difficilmente passa giorno senza nuovi esempi. Possiamo aggiungere la modalità della nuova “mossa storica” a proposito di Cuba, e il suo accoglimento, all’illustre lista.
Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org, 21 dicembre 2014

Fonte: https://zcomm.org/zcommentary/obamas-historic-move/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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