Europa dei popoli o Europa delle banche? – 1 – Susan George

25 Nov, 2013
Categoria:

Politica-Economia

Susan George

Susan George

Ci è stato raccontato che viviamo al di sopra dei nostri mezzi. si tratta di una menzogna, perché non risultano investimenti sulla salute, sull’istruzione, sul welfare…

a cura di Antonio Guerrini

Una indisposizione ha impedito a Susan George di essere presente al Teatro degli Illuminati. Tuttavia il collegamento in videoconferenza stabilito dalla sua casa di Parigi, si è rivelato altrettanto efficace per ascoltare l’analisi della crisi sviluppata dall’economista franco-americana. Il suo racconto è partito dal 2008, anno in cui la crisi economico-finanziaria si è manifestata in tutta la sua virulenza, e ha toccato tre punti: perché la crisi è nata dalle banche, perché le banche hanno vinto, la stupidità dei programmi di austerità. All’inizio degli anni ’90, ha spiegato Susan George, le banche americane hanno speso circa 5 miliardi di dollari per fare attività di lobbing finalizzata alla eliminazione di una serie di regole di finanza in vigore dai tempi del New Deal. Dopo aver ottenuto l’abolizione della legge che prevedeva una netta separazione tra banche di investimento e banche commerciali, le più importanti banche d’affari statunitensi hanno cominciato a concentrarsi e fondersi. Da quel momento, disponendo di enormi risorse di denaro derivanti dalle assicurazioni e dalle attività commerciali, hanno iniziato a fare speculazioni finanziarie utilizzando quei risparmi privati. Tale enorme liquidità ha facilitato l’accesso al credito a milioni di cittadini americani, i quali hanno potuto ottenere mutui anche in assenza di garanzie valide per investirli nel mercato immobiliare. La molla che ha messo in moto il meccanismo economico rivelatosi perverso – ha spiegato l’economista – era fondato sull’idea che ottenendo credito dalle banche, si potesse acquistare qualsiasi cosa. L’ideologia sottostante si fondava dunque sul presupposto che indebitandosi ci si poteva arricchire.

26972826_figli-di-troika-0L’economia ha cominciato a marciare a ritmi sostenuti, garantita unicamente da un giro di denaro che rifluiva su se stesso, e milioni di famiglie hanno realmente sperato di approdare al benessere: un sogno americano rivelatosi un incubo. Il meccanismo finanziario innovativo funzionava speculando sul differenziale di interessi tra soldi ottenuti a prestito e quelli restituiti, un giro capace di assicurare a creditori e debitori un margine di guadagno. Per rendere comprensibile il suo funzionamento, l’economista ha semplificato alla platea in questi termini: su un capitale di 10.000 dollari, 9.000 sono concessi dalla banca al tasso (passivo) del 5% e 1.000 appartengono al privato, i quali fondendosi con gli altri formano un capitale di 10.000 dollari da investire al tasso del 10% (attivo). Dopo un anno quel capitale investito (al 10%) ha prodotto 1.000 dollari di interesse ed è diventato di 11.000. Alla scadenza del contratto, il privato restituisce i 9.000 dollari oltre 450 gravanti sul prestito, complessivamente la somma di 9.450 dollari. Ma al privato ne restano 1.550. Quell’investimento, in realtà, ha ottenuto un rendimento del 55 e non del 10%, ed entrambi vi hanno guadagnato. Una specie di magia moltiplicava i soldi in maniera esponenziale, e più alta era la somma presa a prestito e investita, maggiore risultava il margine di guadagno. Questo meccanismo ha fatto crescere a dismisura la bolla del mercato immobiliare, perché la maggior parte dei mutui veniva utilizzata per acquistare case. Con un trend in crescita – precisa Susan George -, il meccanismo ha dato la sensazione di affidabilità e stabilità, ma appena i tassi di interesse su prestiti concessi fino al 100% del valore degli immobili hanno subito degli aumenti , sono iniziati i problemi. Per poter restituire il debito, infatti, le famiglie hanno cominciato a vendere, am così facendo il valore degli immobili ha preso a scendere fino a diventare inferiore al valore del mutuo concesso. Così la bolla rapidamente gonfiata, altrettanto rapidamente si è sgonfiata. Quando tutti hanno avuto lo stesso problema, le banche sono entrate in crisi per l’insolvenza dei debitori privati che non riuscivano più a pagare i crediti ottenuti.

UHNWI-by-region_0Quei prodotti finanziari (subprime), afferma Susan George, approvati dal governo federale e valutati dalle agenzie di rating con la tripla A (AAA = rischio insolvenza pressoché inesistente), in realtà erano stati concessi in prestito a persone assolutamente non in grado di poterli restituire. Così, per onorare il debito hanno perso tutto. Questo è successo alla Lehman Brothers, il primo colosso bancario ad aver subito il tracollo finanziario. La catastrofe partita dalle banche Usa, si è poi estesa a tutto il mondo. Nonostante questa lezione, spiega la studiosa franco-americana, non vi sono state contromisure quali era lecito attendersi: i governi non hanno regolamentato le banche, non hanno razionalizzato il sistema, nessun banchiere ha pagato pegno per gli errori commessi – anzi hanno ottenuto dei bonus milionari -, e anche il presidente Obama, da cui si aspettavano cambiamenti di sistema, non ha fatto niente. Le prime misura adottate dai governi sono state i salvataggi delle banche in crisi, dopo di che il sistema finanziario è ritornato alle pratiche consuete, tanto che negli anni 2010-2011 ha realizzato profitti record e nel solo 2011 sono stati pagati 5.000 bonus ai banchieri. La stessa cosa è avvenuta in Francia, Gran Bretagna e negli altri paesi occidentali. I prodotti tossici hanno ripreso a proliferare in maniera incontrastata sul mercato e si calcola – aggiunge Susan George con abbondanza di dati – che da aprile 2012 al 2013 essi siano aumentati del 35%, mentre le transazioni in valuta hanno registrato un incremento del 55%. Questi trasferimenti mobilizzano quantità enormi di denaro calcolati in 35 trilioni di dollari (35 mila miliardi). Per dare un’idea dell’ordien di grandezza di cui si parla, l’economista franco-americana ha esemplificato in questo modo: se immaginiamo che allo spostamento di un secondo della lancetta di un orologio corrisponda un miliardo di dollari, occorrerebbero 32 mila anni per poter contare quella massa di denaro. Prima della crisi venivano scambiati nel mercato finanziario dai 3 ai 4 trilioni di dollari; dopo i salvataggi si è arrivati a 5 trilioni (5 mila miliardi) di scambi giornalieri. Un aquantità enorme di denaro, difficilmente controllabile e per questo il rischio di una nuova crisi non è scongiurato.

Un’altra prova del mancato cambiamento del sistema  è data dalla persistenza dei paradisi fiscali nelle cui banche stazionano 13 trilioni di dollari (13.mila miliardi). Il G8 le ha definite “isole del tesoro”, puntualizza l’economista, incluse la Gran Bretagna e la Svizzera. Si può solo immaginare quello che si potrebbe ricavare in Italia se le persone super miliardarie  pagassero le tasse, ironizza ancora Susan George. Senza considerare che i profitti generati in questi ultimi anni sono stati redistribuiti nelle mani di un numero minuscolo di persone. Anche la quantità di super-ricchi e l’entità delle loro fortune sono aumentate; le proiezioniper il 2013 assegnano una ricchezza collettiva “liquida” di 48.000 miliardi di dollari a un insieme di 12 milioni di persone, una media di quattro milioni a testa, destinati a diventare 55 trilioni nel 2015, secondo stime attendibili. Ma ciò non ha indotto i governi ad aumentare la tassazione né a costruire un dispositivo capace di limitare tale fenomeno. Invece ci è stato raccontato che la crisi dipende dal fatto che viviamo al di sopra dei nostri mezzi. Ma si tratta di una menzogna, perché non risultano investimenti sulla salute, sull’istruzione, sul welfare ecc…, al contrario cifre mostruose sono state spese per salvare le banche. Si tratta di argomenti inventati dalla troika per giustificare l’ingresso delle politiche di austerità la cui vera finalità è stata quella di salvare la Germania. Alcuni economisti della Bocconi, i Bocconi Boys, si sono spinti ancora più avanti fino a ipotizzare una “austerità espansivista”, secondo cui se si tagliano spese superflue come salute e la vita si riduce all’osso tutto rifiorirà e i mercati pure. Ma se si mettono a confrronto i debiti sovrani dell’Italia, oltre il 100% del Pil, e dell’Irlanda, molto inferiore a quello italiano, si nota che quello irlandese in poco tempo è aumentato al 275% perché si sono dovuti ripianare i debiti delle banche. Questo è il vero problema. I mercati sono molto attenti allo stato generale dell’economia e della gestione del debito sovrano.. E perfino il Fmi ha dichiarato che con la Grecia sono stati fatti degli errori. In questione dunque non sono i debiti nazionali, ma le conquiste fatte negli ultimi 50-60 anni sul terreno sindacale e dei diritti che si vogliono rimettere in discussione.

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da “l’altrapagina” di ottobre 2013