Europa dei popoli o Europa delle banche? – 2 – Roberto Mancini

25 Nov, 2013
Categoria:

Politica-Economia

Bisogna ricostruire una capacità di analisi che i partiti hanno smarrito. Ecco perché sono preziosi gli interventi dei nostri relatori

imagesdi E.R.

“La relazione al prossimo congresso del PD dovrebbe farla Susan George anziché Epifani, così i vertici del partito potrebbero confrontarsi con un modo diverso di leggere la realtà”. Con questa battuta Roberto mancini ha commentato l’intervento della studiosa franco-statunitense. Una battuta che sintetizza molto efficacemente lo stato di salute della politica in Italia. Una politica incapace di andare al di là della retorica e di confrontarsi con i problemi reali del paese. Comincia da qui la nostra chiaccherata con Roberto Mancini che quest’anno ha coordinato il convegno de l’altrapagina del 7 e 8 settembre.
Che impressione ha ricavato da questa due giorni di Città di Castello?
“Credo sia stata un’occasione molto utile per due ragioni: la prima ragione sta nel fatto che sono emerse delle analisi capaci di riportare le persone alla realtà, al di là della rappresentazione ideologica e piena di menzogne che viene trasmessa dai telegiornali, dai giornali e dalle presunte spiegazioni date ogni giorno dagli economisti liberisti. I relatori del convegno ci hanno restituito una fotografia veritiera della situazione in cui siamo, mettendo in luce le tendenze più pericolose, riassumibili non solo nel progetto, ma anche nel processo in atto di sostituzione della democrazia con il mercato. Per giunta con un mercato egemonizzato dalle oligarchie finanziarie, che hanno raggiunto i vertici del cinismo e della stupidità più pericolosa”.
E la seconda ragione?
“La seconda ragione, che è essenziale per rafforzare il valore della prima, consiste nel fatto che, oltre all’analisi, è stata offerta l’indicazione di azioni possibili in direzione della costruzionedi una strada alternativa, in modo che le persone non si scoraggino di fronte alle difficoltà presenti e possano capire che hanno il modo di fare la loro parte. E’ indispensabile che ciascuno faccia la propria parte per costruire una risposta di democrazia nuova, di sviluppo della convivenza democratica, per scongiurare il pericolo costituito da questo totalitarismo dei mercati e dei loro servitori”.
In questa democrazia nuova i partiti che posto hanno?
partiti latitanti“Per dare corso a questa risposta democratica non basta un unico soggetto. Sono importanti le comunità locali, i comuni, le province, le regioni, le scuole, le università, i movimenti, le associazioni, le chiese, le cominità religiose, i sindacati. Poi, per una sintesi politica di governo e per dare esecutività alla spinta propulsiva verso la democratizzazione delle istituzioni che viene dalla parte più responsabile della società, serve un’azione completamente rinnovata dei partiti. E di fatto oggi questo è il punto più debole nella costruzione della risposta che è urgente”.
Già, perché i partiti sembrano non avere la percezione reale del problema.
“Sì, i partiti non solo non hanno una visione del cammino che è necessario fare per realizzare una vera alternativa, ma sono interessati solo a se stessi. Quindi sono funzionali al processo attuale di decostruzione della democrazia, sono strumenti effettivi di “antipolitica”, termine che segnala la pratica del disfacimento della democrazia. D’altro canto, pensare di fare questo percorso senza i partiti e solo con i movimenti e con le iniziative dei territori è retorico e illusorio perché in uno scenario del genere mancherebbero i soggetti che hanno il dovere della sintesi istituzionale. Tutti i critici del sistema attuale che esaltano i movimenti e spesso, in particolare, il Movimento 5 Stelle non si rendono conto di questo nodo”.
Siamo, insomma, all’interno di un circolo vizioso: i partiti non hanno la percezione dei problemi, ma senza di essi una svolta reale è impossibile. E’ così? E come se ne esce?
“Il lavoro più delicato e ingrato, oggi, è quello di ripensare la forma dei partiti, perché anzitutto ci manca una visione adeguata a riguardo. Populismo e movimentismo non aiutano. E soprattutto tale lavoro si attua operando perché essi siano radicalmente trasformati: sia dall’esterno, con la pressione dei movimenti e della parte responsabile della società, sia dall’interno, con l’azione di gruppi capaci di introdurre metodi nuovi. Serve anche una legge di rigorosa regolamentazione democratica della vita dei partiti. Essi – almeno quelli più critici e sinceramente leali con la democrazia – devono diventare davvero strumenti della vita democratica della società”.
E’ più facile dirlo che farlo.
“Come tutte le cose per cui vale la pena impegnarsi. Mezzi concreti per avvicinarsi all’obiettivo sono a mio avviso: la ripresa di scuole di politiche radicate nei territori e nelle realtà partitiche e sindacali più aperte, esistenti sui territori; una proposta di legge che fissi un quadro di regolazione della vita interna dei partiti che scoraggi le pratiche oligarchiche; l’attuazione di Convenzioni tematiche pubblicjhe di grande risonanza, dove movimenti e soggetti sociali, da un lato, ed esponenti dei partiti più avanzati, dall’altro, si incontrino per definire le priorità per il Paese. Al momento manca un terreno di comunicazione, senza il quale i partiti diventano ancor più autoreferenziali e i movimenti restano privi di efficacia istituzionale”.
Siamo però ancora ad una questione di forma, mancano i contenuti.
“A parte l’aspetto strutturale della fisiologia della vita democratica, che esige l’esistenza di partiti che siano strumenti di una buona sintesi istituzionale, si tratta di seguire la visione di un altro tipo di società, dove la democratizzazione di ogni ambito della vita collettiva sostituisca i meccanismi indotti dal totalitarismo capitalista. Questa visione esiste già, è nella Costituzione della Repubblica. Ma servono un’energia nuova e un metodo inedito per farla diventare programma di governo e prassi quotidiana. E’ il compito che tocca precisamente alla sinistra culturale epolitica del nostro Paese. Essa deve rigenerarsi e trovare coesione in questa direzione. Tutto ciò ha peraltro una condizione antropologica concreta: la nascita di un’alleanza tra generazioni adulte e nuove; senza l’azione della parte più consapevole dei giovani il cambiamento non è possibile”.
I governi europei, ha detto Susan George, sono in realtà governi delle banche e le misure di austerità sono una truffa. In questo contesto ha ancora un senso parlare di Europa?
“A noi non serve l’allineamento passivo a un’Europa che è diventata la capitale mondiale del neoliberismo. Il tradimento dell’Europa democratica e la sua usurpazione con l’Europa finanziaria è iniziata a partire dai primi anni ’90. A causa dell’ossessionedi essere competitivi in un mondo globalizzato ci siamo tufafti interamente nel vortice del meccanismo neoliberista”.
Ma un’Europa così non serve a nulla.
“Un’Europa così è pericolosa. A noi occorre invece un’Europa che torni a credere nella democrazia. Il modello sociale europeo e il grado di democratizzazione che esso esprime hanno rappresentato una conquista a livello mondiale, non solo continentale. Oggi abbiamo bisogno di un risveglio dei popoli europei in tale direzione. Vanno evitati sia l’obbedienza alla pseudoEuropa del “rigore” liberista e delle “riforme strutturali” che stritolano le persone, sia l’illusorio ripiegamento neonazionalista che rifiuta l’Europa in quanto tale. Tenendosi a distanza da questi due pericoli – l’Europa della finanza e quella dei nazionalismi – deve risollevarsi l’Europa democratica. Questo è molto importante, perché il livello intermedio tra lo Stato nazionale e la mondialità nel suo complesso è quello più efficace per promuovere un’autentica primavera storica per l’umanità intera”.
E questo vale in qualsiasi parte del mondo.
“Ogni unione o confedereazione di Stati su base costituzionale che si impegni a rilanciare la democrazia costituisce un passaggio fondamentale per sconfiggere il progetto-processo del totalitarismo capitalista. Il capitalismo nel suo complesso è globale, quindi senza una nuova intesa, una nuova Bretton Woods di scala mondiale, il singolo Stato nazionale, anche il più democratico, non farebbe molta strada perché si troverebbe di fronte un sistema globale così organizzato che lo costringerebbe a una condizione di rovinosa subalternità. Servono democrazie di livello continentale”.
Da questo punto di vista siamo ancora molto indietro. Intanto in Europa crescono i partiti di estrema destra. In Francia la destra di Marine Le Pen è arrivata al 26%, per non parlare di Alba Dorata in Grecia…

Alba dorata sfila ad Atene

Alba dorata sfila ad Atene

“La democrazia è assediata, da un lato, dalle oligarchie finanziarie nonché dai partiti e dai governi complici con esse e, dall’altro, dalle reazioni razziste e neofasciste. se non c’è un rilancio dei processi di democratizzazione, non c’è alcuna garanzia che la democrazia sopravviva”.
Secondo l’economista Bruno Amoroso, se non usciamo subito dall’euro rischiamo di fare la fine della Grecia nel giro di qualche mese.
“L’euro, di fatto, nonostante le speranze iniziali, si è rivelato uno strumento per porre gli Stati nazionali sotto il ricatto di questa politica neoliberista che l’Unione Europea sta percorrendo. Quindi per ora è stato uno strumento negativo che ha sottratto sovranità ai popoli e agli stati nella costruzione dei bilanci nazionali. Il punto tuttavia sta nel fatto che potremmo anche uscire dal circuito dell’euro, ma resteremmo comunque sotto l’egemonia dei Mercati che può essere sconfitta solo politicamente e non tanto da provvedimenti di tecnica economica. La lira non avrebbe la forza per regegre alle spinte di disarticolazione della vita economica e politica generale del sistema vigente”.
E allora?
“La vera chiave della soluzione consiste nel realizzare un’intesa politica su scala europea che ci liberi da questa ipnosi liberista. il bene dei popoli europei coincide con il rilancio della democrazia. Senza una nuova intesa politica e giuridica, senza un risveglio dei popoli e anzitutto delle nuove generazioni, tale da sconfiggere il progetto-processo di egemonia capitalista, credo che l’uscita dalla moneta unica servirebbe a ben poco”.

 

da l’altrapagina di ottobre 2013