Hong Kong: la strategia anticinese dell’imperialismo

3 Lug, 2019
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HONG KONG : la strategia anticinese dell’imperialismo

 

HONG KONG : la strategia anticinese dell'imperialismo

di Fosco Giannini*Il mondo intero, in questi giorni, parla dei fatti di Hong Kong. Ma che cosa sta accadendo nella famosa città posta sulla costa meridionale della Cina, tra il fiume delle Perle e il Mar Cinese Meridionale? Per la stragrande maggioranza dei media occidentali, fortemente condizionati dal potere politico, economico e ideologico britannico, nordamericano ed europeo e sulla scia di un colonialismo più che mai vivo, sta accadendo che un vasto movimento della città stia tentando di “costruire la democrazia”. Mentre la visione degli attuali fatti di Hong Kong, nella lettura dei media dei Paesi antimperialisti, socialisti o in via di liberazione dall’egemonia imperialista mondiale, racconta un’altra e completamente diversa storia: quella dell’ennesimo tentativo volto ad attaccare l’unità della Cina e volto al ripristino, attraverso la violenza, del potere coloniale.

Vediamo i fatti: da diverse settimane un movimento di vaste proporzioni stava contestando, ad Hong Kong, sia la governatrice cinese della città, Carrie Lam, che la cosiddetta legge “dell’estradizione”, una legge che prevede che un cittadino/a di Hong Kong che si macchi di gravi reati venga giudicato in Cina, dalla magistratura nazionale cinese. Una via giuridica messa a fuoco ultimamente da Pechino che consegue alla fine del potere colonialista britannico su Hong Kong, che consegue alla fine dell’“autonomia” politica e giuridica ( “autonomia” sempre sottoposta, durante il lungo potere britannico, al tallone di ferro imperialista) della città e al ritorno di essa nel proprio alveo storico: la Cina. Una legge, quella dell’“estradizione” che, di fronte allo stesso Diritto Internazionale e al Diritto in vigore negli stessi Paesi occidentali, non ha nulla di stravagante o “dittatoriale”: se un cittadino di Rovigo si trasforma in assassino nulla osta che possa essere giudicato a Roma.

Ma il punto è che nella cultura imperialista Hong Kong ancora non è cinese e che dunque un cittadino del “porto profumato” non deve in nessun modo essere giudicato dal proprio Paese, la Cina, ma solo dalla magistratura di Hong Kong, dalla sempiterna, nell’animo imperialista, “colonia britannica”. Certo, il fatto che un vasto movimento abbia contestato la legge dell’“estradizione” la dice lunga sul senso comune della popolazione di Hong Kong, ancora fortemente segnato dal potere britannico. La dice lunga sul fatto che, dopo il lungo potere colonialista, non sarà facile, per la Repubblica Popolare Cinese e per il PC Cinese, ricostruire un senso comune di massa, ad Hong Kong, favorevole al ritorno in Patria, nonostante il fatto che il 95% della popolazione della città sia di etnia cinese e che il gruppo etnico cinese maggioritario, gli Han, provenga da Canton e da Taishan, della provincia – vicina ad Hong Kong – del Guandong. Totalmente cinese.

Ma per capire occorre ripercorrere la storia. Hong Kong, da città storicamente e profondamente cinese, diviene una colonia dell’impero britannico dopo la prima guerra dell’Oppio (1839-1842). Il potere imperialista, che all’inizio si costituisce solo sull’isola di Hong Kong, si estende poi, nel 1860, a tutta la penisola di Kowloon e, nel 1898 ancora oltre. Durante la guerra del Pacifico tutta la regione cinese in mano ai britannici viene conquistata dal Giappone, per poi tornare, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sotto il dominio britannico. Un dominio che si protrae sino al 1997, quando, attraverso lunghi e faticose trattative tra Gran Bretagna e Repubblica Popolare Cinese, Hong Kong torna, legittimamente, sotto la supervisione cinese. Una forma, questa della supervisione, che dovrà, secondo i Trattati, durare 50 anni (circa la metà ne sono già passati) dopo i quali Hong Kong tornerà ad essere completamente cinese.

Da questo breve riassunto storico due questioni essenziali emergono: da una parte il lungo periodo storico del dominio colonialista britannico su Hong Kong (circa 150 anni, durante i quali famoso è divenuto, tra l’altro, il profondo sistema educativo britannico, capillarmente imposto), che ci fa capire quanto si siano potuti sedimentare, nel popolo della città, un modo di vivere, una concezione del mondo e una cultura filo occidentali, quanto si sia potuto sviluppare un senso comune anticinese e volto all’ “autonomia” di Hong Kong. D’altra parte ci fa capire quanto sia tuttora difficile, per il colonialismo britannico e di tutto l’occidente rinunciare storicamente ad Hong Kong, uno “stato d’animo”, un’inestinguibile pulsione imperialista che spinge Londra, Washington e diverse capitali dell’Ue a favorire e alimentare ogni moto politico, sociale e culturale anticinese. Sino alla critica della legge sull’ “estradizione”, come se l’intero occidente non ce la facesse ancora ad ingoiare il rospo del passaggio, sulle carte bollate accettato, dei poteri, compresi quelli giuridici, alla Repubblica Popolare Cinese.

Certo è che lo stesso sistema iper capitalistico imposto dal potere britannico nel corso del suo lunghissimo dominio, un sistema segnato peraltro da un grande sviluppo economico, ha di molto aiutato Hong Kong e la sua popolazione a “sentirsi” occidentale e interna alla cultura liberista e liberale. Ulteriore elemento del perpetuarsi, sino ad oggi, del dominio britannico e occidentale sulla città ed ulteriore ed oggettivo elemento di difficoltà, per la Cina, per far tornare cinese Hong Kong, pur all’interno del nuovo sviluppo economico cinese segnato dal “socialismo con caratteri cinesi” e dal progetto strategico della “Cina della Nuova Era”.

Dal 1997 in poi, e cioè dalla fine del potere colonialista britannico su Hong Kong e il passaggio alla supervisione cinese, per Hong Kong vale il principio “Una Cina due sistemi”, attraverso il quale Pechino amministra la città con un sistema politico diverso da quello della Cina continentale. Per Hong Kong, almeno per i prossimi 25 anni, vale il modello di ordinamento giuridico del “Common Law”, che lascia alla regione di Hong Kong – tranne che nei campi della politica estera e della Difesa – vasti spazi di autonomia amministrativa. E’ all’interno di questo quadro lasco che, infatti, si è aperta la critica alla legge, voluta da Pechino, dell’ “estradizione” in Cina, per essere giudicati, dei cittadini/e di Hong Kong accusati di gravi reati.

Una critica, cresciuta tra la popolazione e subito fortemente sostenuta da Londra e dall’intero occidente che, seppur basata anche su elementi in qualche modo comprensibili, all’interno dell’ordinamento in vigore del “ Common Law” ( tant’è che Pechino ha teso poi a sospendere la stessa legge e la stessa governatrice cinese della città, Carrie Lam, a sospenderla)  la si è subito trasformata in un totale attacco alla Repubblica Popolare Cinese, all’accordo di rientro di Hong Kong nell’alveo storico cinese e nella riproposizione, di fatto, del potere colonialista britannico e occidentale.

Va, peraltro, ricordato come in questa fase contrassegnata dai primi vent’anni di amministrazione cinese di Hong Kong, la città si organizzi su di un sistema multipartitico vero e vitale e che il capo del governo sia scelto da un Comitato elettorale che può giungere a 1.200 membri, come prodotto dello stesso multipartitismo. Tipo di governo e tipo di elezioni che sconfessano, dunque, alla radice le pretestuose critiche occidentali volte a raccontare Hong Kong come “una città caduta sotto la dittatura comunista cinese”.

Ciò che è accaduto dopo le manifestazioni nelle piazze di Hong Kong, volte ad organizzare la critica alla legge “sull’estradizione”, dicono chiaramente quanta pretestuosità ci fosse in quelle critiche, quanto quelle critiche nascondessero un progetto strategico diverso ( l’attacco alla Cina, all’unità territoriale cinese e all’accordo per la fine del colonialismo britannico) e quanto fossero criminalmente pretestuose anche le critiche delle Cancellerie occidentali, tutte dirette a sostenere “il movimento degli ombrelli ” ( anticinese e filo britannico sin dalla sua nascita) offrendogli la grancassa mediatica mondiale.

Gli atti che sono verificati dopo le manifestazioni, infatti, sono di una gravità assoluta, sono atti che solo la “cultura” di guerra delle forze imperialiste può concepire e sostenere.

Lunedi 1° luglio, nel pomeriggio, centinaia di manifestanti di Hong Kong, sfondando ogni resistenza della polizia (che peraltro, per ordine di Pechino, non ha usato violenza, in quelle ore) hanno occupato il Parlamento della città, distruggendo l’Aula e cancellando con uno spray nero il fiore di bauhina (simbolo, bandiera della transizione post colonialista e del ritorno alla Patria cinese) sostituendolo con la bandiera britannica. Con la bandiera dell’imperialismo britannico, per 150 anni padrone della città. Le centinaia di manifestanti, che erano entrati in Parlamento sfondandone le vetrate con carri pieni di ferraglia, hanno raso al suolo ogni aula parlamentare, hanno distrutto tutti i sistemi di sorveglianza, hanno saccheggiato e divelto dalle pareti le foto dei dirigenti politici del processo di liberazione dal colonialismo britannico, mantenendo l’occupazione del Parlamento sino alla mezzanotte, lanciando in tutte quelle ore golpiste chiari e forti messaggi volti al ritorno del dominio britannico. Tutto ciò è stato definito, da molti media occidentali, “lotta per la democrazia”. E, soprattutto, con tutto ciò, con questo stesso atto golpista filo imperialista, si è dichiarato d’accordo il governo britannico.

Non è stato certo un caso, peraltro, che l’occupazione violenta del Parlamento di Hong Kong, con l’issare della bandiera britannica e con il benestare dell’occidente, sia avvenuta nel giorno del 22esimo anniversario del ritorno della città sotto la legittima sovranità di Pechino e nella commemorazione dei 98 anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese: l’imperialismo non dimentica e non rimuove le sue pulsioni colonialiste.

In queste ore Pechino ha duramente ammonito il governo britannico per la condotta tenuta in relazione all’occupazione del Parlamento di Hong Kong e la tensione internazionale, attorno alla città, cresce pericolosamente. Cresce nella misura in cui la Gran Bretagna e tanta parte dell’occidente non riescono ancora a razionalizzare la fine del  potere colonialista sulla città  e nella speranza che, dopo i primi vent’anni di ritorno alla Cina, possa interrompersi il processo di liberazione di Hong Kong e che la bandiera britannica, di nuovo già issata in Parlamento, possa tornare ad essere il vessillo di tutta Hong Kong.

Chi, razionalmente, teme la degenerazione dei fatti di Hong Kong oggi può confidare su di una politica cinese, del governo e del Partito Comunista Cinese, totalmente diretta a concepire un nuovo sviluppo economico cinese, asiatico e mondiale sulla base della pace mondiale. Sulla base, dai caratteri non solo geopolitici ma persino filosofici, della “win-win situation”, che proprio da Pechino è oggi fortemente lanciata come prioritaria parola d’ordine internazionale diretta allo “sviluppo armonioso mondiale”. E, dunque, alla pace. Nonostante Londra, Trump e l’Ue.

Un’ inclinazione allo sviluppo e alla pace che, tuttavia, è continuamente messa in discussione dalle politiche imperialiste, dall’inestinguibilità della spinta colonialista, che vedono proprio nella tenuta e nell’unità della Repubblica Popolare Cinese, nell’unità territoriale e politica della Cina, il loro più grande ostacolo.

Oggi, a favore, dell’imperialismo britannico e dell’intero occidente, gioca e viene utilizzato il “movimento degli ombrelli” di Hong Kong, come negli ultimi decenni l’imperialismo ha giocato la carta (nell’obiettivo di dividere e indebolire la Cina, avviando il processo di una sua disintegrazione territoriale e politica) dell’autonomia del Tibet, di Piazza Tienanmen ( co la statua  newyorkese della Libertà issata al centro della Piazza, come chiaro  simbolo della strategia di quella lotta) e come gli USA e l’Ue hanno fatto cinque anni fa a Taiwan, col movimento filo imperialista dei “girasoli”. Tutti tentativi controrivoluzionari da collocare nella strategia generale imperialista delle “rivoluzioni arancioni”, che hanno già fatto grandi danni sul piano internazionale ma che sono sinora fallite in Cina. E che i comunisti e le forze antimperialiste mondiali debbono con tutte le loro forze, senza cedimenti o tentennamenti, denunciare nella loro essenza reazionaria e avversare.

*Responsabile Dipartimento Esteri PCI

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