Il business 5G

15 Gen, 2020
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Problema ancora troppo sottovalutato. Aspetti normativi e pericoli per la salute

Lo scrittore statunitense Jonathan Franzen, nella sua recente raccolta di saggi,  asserisce che “La tecnologia digitale è un capitalismo in iperguida, che inietta la sua logica del consumo e della promozione, della monetizzazione e dell’efficienza in ogni minuto della nostra vita” ……“Forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità gratuita di Google, il conforto di Facebook e la fidata compagnia di un iPhone” (pagina 72) La fine della fine della terra”, di Jonathan Franzen, Einaudi, 2019.

Che sia un precipuo interesse, puramente economico, è evidente anche da quanto emerso nel corso della prima riunione del Consiglio dei ministri del governo Conte bis. In quella occasione, infatti, il nuovo esecutivo ha attribuito, ipso facto, piena facoltà, sulle operazioni di ben quattro società, relativamente agli accordi con Huawei e altri operatori extra-Ue, con l’obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale.

In pratica, siamo di fronte all’attivazione del cosiddetto “golden power” (letteralmente potere d’oro, in realtà particolari poteri, fruibili dal governo italiano, per rafforzare e proteggere una società che ha rilevanza strategica nazionale) che configura “l’esercizio dei poteri speciali esteso ai settori cosiddetti ad alta intensità tecnologica” (DL16 ottobre 2017, n.148 (convertito con modificazioni dalla legge 4 dicembre 2017, n.172). Si delineano, pertanto, precisi intrecci tra presunta sicurezza nazionale e business allo stato puro, allettando così operatori e partner extra-europei ad entrare nella rete 5g italiana.

Che sia un grande affare e susciti golosi appetiti, lo dicono le cifre perché il 5G non è, come erroneamente si pensa, il modo per connessioni più veloci dei telefonini, ma l’internet delle cose (internet of things), cioè quel mondo iperfuturista e tecnologico caratterizzato da droni, automobili, abitazioni, fabbriche e oggetti sempre più connessi e interdipendenti che dovrebbe dare origine, globalmente, a tante “smart city” (città intelligente).

Per applicazioni integrate, come robotica, auto a guida autonoma e dispositivi medici, questi cambiamenti avranno, volenti o nolenti, un impatto e un ruolo importante per la rapidità con cui saremo costretti ad adottare la tecnologia nella nostra vita quotidiana.

Sarà una rivoluzione sia per il nostro modo di vivere che per il lavoro, così come è stato concepito finora. Si stima, invero, che Internet delle cose e robotica spazzeranno via almeno la metà di lavoratori occupati, in tutto il mondo, con la conseguenza di milioni di persone disoccupate e senza reddito.

Recenti studi, inoltre, valutano in ventidue miliardi i nuovi oggetti collegabili al web, da oggi e sino al 2022, seicentoventuno milioni i nuovi utenti Internet e seicentocinque milioni le nuove sottoscrizioni nel mobile. Si calcola che le aziende interessate potranno incrementare i profitti del 12-36%, con cifre da capogiro, quantificabili tra i 204 e i 619 miliardi di dollari, a cui vanno addizionati 1,7 trilioni di dollari già stimati tra i ricavi dai servizi nello stesso periodo (“Guida per cogliere il potenziale economico della digitalizzazione industriale grazie al 5G, Ericsson).

Secondo lo studio Ovum “How 5g will transform the business of media & entertainment”, invece, si parla di ricavi, nel settore, valutabili in 765 miliardi di dollari tra il 2018 e il 2028. Somme astronomiche, dunque, con un mercato talmente ampio da suscitare legittime preoccupazioni.

A chi gioverà e quali saranno le implicazioni per l’ambiente e la salute?

Nonostante ci siano molte rassicurazioni, non possiamo dormire sonni tranquilli. Già ora, in Italia, ci sono circa settantaquattromila antenne che utilizzano, per lo più, tecnologia “beamforming”, ossia un tipo di segnale direzionale, inviato direttamente al dispositivo (device) da coprire. Il campo elettromagnetico, così creato, si aggiunge a quelli già esistenti.

Con il 5G, però, che possiede minore capacità di propagazione, in quanto utilizza frequenze più elevate, le antenne raggiungeranno la considerevole cifra di un milione. Ma che cosa succederà con la rete 5G? Anzitutto, è prevista una copertura dell’intero territorio nazionale nel 98% del suolo pubblico: quindi, non solo smart city, ma anche aree rurali, parchi, aree protette e centri scarsamente abitati.

Oltre agli attuali ventiquattromila hot spot wi-fi pubblici e le sessantamila stazioni radio base, cioè quelle antenne di telefonia mobile site sui tetti dei palazzi, col 5G verrà installato un numero imprecisato di mini-antenne, a microonde millimetriche, quantificabile addirittura in svariati milioni, se diffuso dai lampioni della luce LED, utilizzati anche come ripetitori wireless. Bisogna aggiungere, poi, che vi potrebbe essere un abbattimento sistematico degli alberi, superiori ai 5 metri di altezza, che intralciano la irradiazione e propagazione delle onde del segnale 5G.

Avremo, inoltre, un wi-fi satellitare, lo smart pavement sull’asfalto, per auto che si guidano da sole. Ipotesi lontane? Non proprio. A Reggio Calabria, città notoriamente a elevato rischio sismico, invece di mettere in sicurezza gli edifici, si stanno testando wi-fi dai tombini dei marciapiedi così come a Torino, la sperimentazione riguarda la messa in orbita di droni satellitari. In altri termini, saremo sottoposti, incessantemente, ventiquattro ore su 24, tutti i giorni, a campi elettromagnetici di una intensità e densità espositiva mai sperimentata prima.

Saremo, di fatto, delle cavie con inevitabili rischi per la salute pubblica. Secondo lo scrittore e giornalista Maurizio Martucci, autore del libro “Manuale di autodifesa per elettrosensibili” siamo di fronte a un vero e proprio “crimine contro l’umanità, in violazione del Codice di Norimberga”, ossia l’insieme dei principi normativi, enunciati nella sentenza che il tribunale militare americano emise il 19 agosto 1947, in cui furono condannati 23 medici nazisti per gli esperimenti condotti nei campi di concentramento.

Tale codice vieta la sperimentazione sugli esseri umani e secondo i giudici, in particolare, implica che, nel caso di esperimenti medici ammissibili, “la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia”.

L’importanza del Codice risiede nel fatto che fu il primo documento riconosciuto a dare un limite alle sperimentazioni umane, recepito e ampliato nella dichiarazione di Helsinki del giugno 1964 sviluppato dall’Associazione Medica Mondiale WMA (World Medical Association).

E’ talmente “grande la confusione sotto il cielo” che non possiamo dire che la situazione sia “eccellente” al punto che a nulla sono valsi, sinora, i numerosi appelli della comunità scientifica internazionale, tra cui quello di Friburgo, sottoscritto da tremila medici, né l’allarme, consegnato all’ONU nel 2015, di quarantuno scienziati, di svariati paesi, fondato sulla revisione scientifica di oltre diecimila studi che hanno dimostrato, inequivocabilmente, danni alla salute umana, da parte delle radiazioni di radiofrequenza (RF). Un ulteriore appello, firmato, a livello mondiale, da 170 tra scienziati, medici e organizzazioni ambientaliste, invita l’ONU, l’OMS, le istituzioni dell’Unione Europea a fermare l’espansione della tecnologia 5G, anche nello spazio, per i rischi per la salute dei cittadini.

Analoga richiesta è stata inoltrata, in Italia dall’ISDE (International Society of Doctors for the Environment), in ottemperanza al rispetto del Principio di Precauzione e del Principio OMS “Health in All Policies”. L’appello chiede una moratoria, sulla sperimentazione del 5G, fino a quando non saranno eseguite opportune valutazioni, sia dei rischi ambientali che di quelli sanitari, con adeguati piani di monitoraggio e obbligo di informazione ai cittadini esposti a potenziali rischi di cui non sono ancora ben noti gli effetti.

Nel nostro paese, la tecnologia 5G è stata lanciata con una sperimentazione, gestita esclusivamente dal Mise, senza il coinvolgimento di enti istituzionalmente preposti quali il Ministero della Salute, Ambiente, ISPRA e senza alcuna valutazione preventiva sui possibili rischi per la salute e l’ambiente. Eppure, già nel 2011, la IARC (International Agency for Research on Cancer agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), effettuò una valutazione di numerosi studi che supportavano un’associazione causale tra radiazione a radiofrequenza e tumori cerebrali e craniofacciali.

Secondo un recentissimo studio, realizzato da Alasdair Philips e collaboratori, pubblicato online nel 2018, dalla rivista peer-reviewed (letteralmente revisione paritaria, in pratica la procedura di selezione e verifica di lavori scientifici, da parte di specialisti del settore, che determinano la pubblicazione su riviste scientifiche) Journal of Environmental and Public Health, nel corso del periodo 1995-2015, in Inghilterra, è stato accertato un significativo aumento nell’incidenza del Glioblastoma Multiforme – il tumore cerebrale più aggressivo e rapidamente fatale – in tutte le fasce d’età.

Un’altra analisi, pubblicata nel 2015 (Gittleman et al.), invece, ha esaminato i dati 2000-2010 della United States Cancer Statistics publication e del Central Brain Tumor Registry degli Stati Uniti, rilevando un incremento significativo delle neoplasie, maligne e non maligne, del sistema nervoso centrale negli adolescenti, nonché un considerevole incremento della leucemia linfatica acuta, linfoma non Hodgkin e tumori maligni del sistema nervoso centrale nei bambini.

I CDC statunitensi (Centers for disease control and Prevention paragonabili, a grandi linee ai nostri servizi di igiene e prevenzione), inoltre, hanno riscontrato anche l’aumento di tumori cerebrali, renali, epatici e tiroidei tra gli individui sotto i 20 anni.

In una recente intervista, il professor Leif G. Salford, neuroncologo svedese, che ha diretto la ricerca sugli effetti delle emissioni elettromagnetiche dei cellulari, presso l’Università di Lund, afferma, a chiare lettere, che “i giganti delle telecomunicazioni che fabbricano e commercializzano telefoni cellulari, costruiscono le torri con le antenne per la telefonia cellulare e spendono milioni di dollari in pubblicità, pubblicano dichiarazioni e manipolano i media ripetendo all’infinito che i telefoni cellulari sono sicuri e non causano danni alla salute”….“Ma la maggior parte degli studi, da essi finanziati o in qualche modo controllati”, spiega Salford, “non hanno esaminato le vere domande: qual è l’effetto a lungo termine, sul corpo umano, dalle radiazioni dei telefoni cellulari? Quale interferenza biologica si verifica dall’esposizione alla radiazione a microonde pulsata, a bassa intensità non termica, emessa dai telefoni cellulari?” E ancora “i produttori di telefoni cellulari sono riusciti a influenzare le agenzie nazionali e internazionali affinché ignorassero i pericoli”.

Solo di recente, nel 2018, sono stati pubblicati  due importanti studi sperimentali, durati dieci anni: nel primo, finanziato dal Dipartimento per la Sanità americano, con 25 milioni di dollari, effettuato dal National toxological program (Ntp), settemila topi da laboratorio sono stati sottoposti, per tutta la vita, a radiazioni corrispondenti all’intensità solo del 2G e 3G, nel secondo, realizzato dall’Istituto Ramazzini di Bologna, che ha portato avanti la stessa ricerca, finanziato con contributi di privati cittadini, soci dell’Istituto, ARPA, Regione Emilia Romagna, Inail, Fondazione Carisbo, P.E.I., Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children with cancer (UK), Environmental Health Trust (USA), sono stati utilizzati 2448 ratti Sprague-Dawley usando frequenze più basse, corrispondenti a 50 Volt/metro (il picco a cui si può arrivare in Italia per rispettare la media giornaliera di 6volt/metro.

Entrambi gli studi sono arrivati alle stesse conclusioni, ovvero, alla dimostrazione di un aumento “statisticamente rilevante” del numero dei tumori, rarissimi schwannomi, al cervello e al cuore, correlati a queste frequenze. Stiamo parlando, tuttavia, di effetti dell’irraggiamento delle antenne, per le radiofrequenze della telefonia mobile, usate sinora.

Il 5G utilizzerà, infatti, frequenze elevate, i cui effetti sono del tutto sconosciuti. Il 4G, in realtà, raggiunge, al massimo, frequenze intorno ai 2,6 GHz mentre, con il 5G, si arriverà ai 27,5 GHz. Secondo il Dr. Agostino di Ciaula, Presidente del comitato scientifico di Isde, il 5G “opera su frequenze superiori ai 20 GHz, ben più elevate di quelle sinora impiegate dai sistemi di radiotelefonia.

Già oggi esistono specifiche evidenze scientifiche preliminari, cioè studi di base effettuati su cellule in vitro e cavie animali, che dimostrano come l’esposizione a frequenze superiori ai 20 GHz possa, fra l’altro, alterare l’espressione genica. Stimolare la proliferazione delle cellule. Modificare le proprietà delle membrane citoplasmatiche e la funzionalità dei sistemi neuromuscolari. Determinare stress ossidativo. Provocare mutazioni cromosomiche. E poiché per la trasmissione dati il 5G utilizza onde millimetriche, a bassa penetrazione ambientale, richiederà l’installazione di numerosissimi microripetitori. Li vedremo spuntare ovunque, dai caseggiati ai pali della luce. E la densità espositiva subirà un forte incremento”.

Come se non bastasse, nelle audizioni, preliminari alla stesura della delibera AGCOM n. 231/18/CONS, alcuni operatori hanno “richiamato l’attenzione del regolatore sugli stringenti limiti alle emissioni elettromagnetiche presenti in Italia, che potrebbero porre un freno allo sviluppo degli impianti radio”, augurandosi “una revisione dell’attuale normativa”.

Eppure, sulla base delle evidenze scientifiche, tali norme non tutelerebbero affatto la salute umana, motivo per cui andrebbero revisionate, con criteri molto più restrittivi, sulla base del principio di precauzione e del nuovo Codice dell’Ambiente. Quest’ultimo, infatti, dispone, inequivocabilmente, il concetto di precauzione quale elemento basilare del diritto ambientale.

In particolare, nell’articolo 301, si stabilisce che “In applicazione del principio di precauzione di cui all’articolo 174, paragrafo 2, del Trattato CE, in caso di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per l’ambiente, deve essere assicurato un alto livello di protezione”.

Dobbiamo ricordare, inoltre, che con la Risoluzione 1815, del 27 maggio 2011, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, sancisce che, sulla base del principio di precauzione ALARA (tanto basso quanto ragionevolmente possibile), è raccomandato, agli stati membri, di voler fissare soglie preventive, di campi elettromagnetici, non superiori agli 0,6 Volt/metro. Si consiglia, inoltre, di ridurre tale valore a 0,2 V/m, ben sotto la soglia sancita, in Italia, dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, dell’8 luglio 2003, che pone, come limite massimo di esposizione ai campi elettromagnetici, quello di 6 Volt/metro, ben superiore, dunque, di 30 volte quello auspicato dall’Europa.

Dobbiamo considerare ancora un ulteriore aspetto sulla salute, da parte delle radiofrequenze, perché le conseguenze non riguardano solo l’insorgenza di possibili tumori, ma anche degli effetti acuti e cronici. In particolare, vanno valutate le alterazioni cardiache, consistenti in aritmie, e i cambiamenti nella funzione cerebrale, rilevabile con gli studi elettroencefalografici.

E’ stata ben definita, infatti, una peculiare sindrome, inizialmente denominata “malattia da onde radio”, nota come “ipersensibilità elettromagnetica(EHS), in forma sia acuta che cronica. Tale sindrome è caratterizzata da disturbi obiettivi del sonno, ipertensione arteriosa, tachicardia, disturbi digestivi, caduta dei capelli, acufeni, eruzioni cutanee e sintomi soggettivi come vertigini, nausea, cefalea, perdita di memoria, incapacità di concentrazione, affaticamento, disturbi simil-influenzali nonché dolore cardiaco.

Secondo le linee guida, stilate da EUROPAEM EMF, l’ipersensibilità elettromagnetica (EHS) EHS insorge con l’esposizione quotidiana a “livelli crescenti di campi elettromagnetici” e solo con “la riduzione e la prevenzione dell’esposizione a campi elettromagnetici” è possibile ristabilire lo stato di salute dei pazienti.

In realtà, l’EHS è molto più che una sindrome perché configura un preciso danno, derivante da un inquinamento ambientale globale, talmente esteso che interessa già almeno 100 milioni di persone. Non osiamo immaginare quali saranno le conseguenze del 5g, introdotto a livello mondiale. Tra le ipotesi più catastrofiche, quelle ipotizzate in un’intervista a Martin Pall, Professore emerito di biochimica al Washinghon State University di Portland, considerato uno dei maggiori esperti, al mondo, sull’elettrosensibilità e le interazioni dei campi elettromagnetici sull’uomo: “Se il 5G sarà realizzato, secondo i piani stabiliti, tra 5 o 7 anni l’umanità sarà estinta”.

Ci sono, inoltre, delle considerazioni e implicazioni di carattere etico-ambientale perché la rete, non viaggia solo via etere, e, per realizzarla, sono necessari sofisticati hardware che utilizzano plastiche e metalli sempre più rari sul nostro pianeta. Non esistono sufficienti garanzie che l’estrazione dei minerali, essenziali a questa tecnologia, non determinino inquinamento ambientale e/o sfruttamento del lavoro anche e soprattutto minorile.

Emblematico è il caso della columbite-tantalite, meglio nota con la contrazione linguistica congolese coltan, che serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica, nei chip di nuovissima generazione, e ad allungare la durata delle batterie nei telefoni cellulari. Viene impiegato, comunque, anche nell’industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, nei visori notturni, air bag, nelle fibre ottiche, tv al plasma, console per videogiochi, computer, etc.

Il coltan è radioattivo e contiene anche una certa quantità di uranio. Questo minerale, estremamente raro, indispensabile per i nostri smartphone, viene estratto nelle miniere del Congo che possiede l’80% delle riserve mondiali e di pochi altri paesi. Il controllo delle miniere è sotto il controllo diretto dei signori della guerra locali che prima distruggono, uccidono, violentano nei villaggi delle provincie congolesi e, quindi, costringono a lavorare, in condizione di schiavitù, i superstiti con paghe di 3-4 dollari al giorno, per gli adulti, e 2 dollari per i bambini.

In particolare, si stima che ogni chilo di coltan estratto costi la vita a due bambini, preferiti perché più agili nelle precarie gallerie scavate senza protezione. La giornata lavorativa inizia all’alba e termina al tramonto, senza sosta. Con i proventi, si finanzierà l’acquisto di altre armi e la paga dei soldati per dare vita a una spirale di violenza e morte. Si stima che il coltan sia costato già la vita a cinque milioni di persone ma di questo non si parla.

Qualche maligno, inoltre, pensa che dietro la recente destabilizzazione del governo Maduro, in Venezuela, non ci sia solo il petrolio ma il coltan di cui il paese sarebbe particolarmente ricco.

Ci troviamo di fronte ad un quadro apocalittico che, in virtù del profitto, calpesta non solo la salute e l’ambiente, ma mette a repentaglio la vita stessa delle generazioni future. Nicolas Tesla affermava che “La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità.” Qui, invece, stiamo parlando di distruzione.

*docente università Tor Vergata (Roma); **avvocato

da Contropiano

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