Israele: beduini, stranieri a casa loro

7 Dic, 2013
Categoria:

Internazionale

Sono 200 mila e vivono in città fatiscenti dove manca tutto, dall’acqua corrente all’assistenza sanitaria alle scuole

di Antonio Rolle

 

Theodor Herzl (1860 – 1904) viene considerato il padre del sionismo politico e l’inventore di quella realtà che tutti gli uomini politici che governano attualmente Israele chiamano “Lo Stato per gli ebrei” o, più sinteticamente, “Lo Stato ebraico”. Questo concetto fu sostenuto da Herzl nel suo libro più famoso intitolato Der Judenstaat comunemente tradotto “Lo Stato ebraico”. Niente di male, siamo nel 1896. Poco dopo, un gruppo di pii rabbini della sinagoga di Vienna fece un viaggio in Terra Santa per rendersi conto di quale veramente fosse la situazione in Palestina. La missione dei rabbini viennesi si concluse con un telegramma che opportunamente sottolineava: «La sposa è, fuor di ogni dubbio, molto bella ma è, purtroppo, sposata a un altro uomo». Nel 1907 Ytzhak Epstein, un ebreo sionista della prima ora di origine russa, già insediato in Palestina, scrisse sul periodico ebraico Ha-Shiloah: «Tra gli importanti quesiti sollevati dal concetto di rinascita del nostro popolo nella sua terra, solo uno è più significativo di tutti gli altri messi insieme e riguarda le nostre relazioni con gli arabi». Questa riflessione, continuava Epstein, «non è stata semplicemente dimenticata, ma piuttosto è stata completamente occultata da parte dei sionisti e non ha trovato spazio nella letteratura del nostro movimento». Non aver voluto risolvere l’interrogativo che si poneva Epstein più di un secolo fa o averlo voluto risolvere solo con la forza e la brutalità, ha determinato, nel movimento sionista dell’attuale Stato d’Israele, una vera e propria ossessione per la presenza in Palestina di milioni di arabi, una paura panica e una violenza che non sembra avere fine.l43-palestina-120719134509_medium
Uno degli esempi tra i più significativi di questa paura e ossessione antiaraba, è quello della sorte riservata ai beduini del Neguev. In Siria, Giordania, Egitto e Palestina, la storia dei beduini risale a 4.000 anni fa, molto prima che fosse scritta la Bibbia e moltissimo prima che nella terra di Canaan (l’antica Palestina) si affacciasse una popolazione che, più tardi, prese il nome di popolo ebraico. È molto probabile che anche il patriarca Abramo, oramai vecchio ma dovendo seguire i desideri di Dio, partendo da Haran, nell’antica Caldea (l’Irak attuale), con i suoi pastori le sue pecore e le capre, seguendo il percorso verso la terra promessa, abbia incontrato gli “abitanti del deserto”, gli arabi della Penisola araba.
I beduini di oggi, come quelli del tempo passato, sono considerati dei contadini seminomadi che vivono di agricoltura e sono dediti alla pastorizia, in gran parte di capre e di pecore. Nel 1947, prima della nascita dello stato d’Israele, i beduini che vivevano nell’attuale Neguev, Naqab in arabo, erano 90.000.
Durante la guerra di conquista israeliana, la maggior parte dei beduini fuggirono in Egitto e in Giordania. Solo 11.000 restarono all’interno del nuovo stato d’Israele. Nel 1949 tutti i nomi delle città e dei villaggi beduini furono sostituiti con nomi ebraici: Il deserto del Naqab divenne perciò deserto del Neguev. Così come la città più importante del Neguev oggi viene chiamata, Beer-sheva (Bir es Saba, in arabo). Questa “pulizia” di tutti i nomi arabi nella Palestina conquistata dagli israeliani venne così giustificata da Ben Gurion, il “padre” al araqibd’Israele: «Siamo obbligati a eliminare i nomi arabi per ragioni di stato. Siccome non riconosciamo più la proprietà politica del territorio da parte degli arabi (“pulizia etnica”?), così non riconosciamo nemmeno le loro proprietà spirituali né i loro nomi». (l’ossessione islamofobica?).
Dal 1951 ai beduini nel Neguev furono tolte tutte le loro terre e contemporanea-mente «deportati e concentrati nella riserva di Siyag nel nord-est del deserto». Come per tutti i palestinesi, miracolosamente rimasti nel nuovo stato israeliano, i beduini subirono, fino al 1966, la legge marziale: proibito uscire dalla riserva senza il permesso del governatore militare israeliano e proibito far pascolare le proprie capre e pecore fuori dalla riserva. La “Legge sui beni degli assenti” del 1950 consentì allo stato d’Israele di assegnare agli ebrei, coloni o emigranti, tutte le terre confiscate ai beduini. Migliaia di famiglie degli “abitanti del deserto” persero tutti i loro beni: case, campi, proprietà, animali ecc. Dopo centinaia di generazioni, furono costretti a vagare sperduti in territori assolutamente ostili alle loro abitudini di vita. Oggi i beduini della vecchia Palestina sono cittadini israeliani di infimo ordine. 90.000 circa sono stati trasferiti in 7 piccole città del Neguev riuniti in un “Consiglio regionale del Neguev per i villaggi beduini non riconosciuti” (Rcuv). Lampante è il confronto con le città ebraiche moderne e sviluppate. In queste townships separate che ricordano l’apartheid in Sudafrica, sono estremamente carenti i trasporti e qualsiasi attività economica. Non potendo avere più i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, i beduini arrivano a malapena a nutrirsi. Metà di loro vivono sotto la soglia della povertà. Nella realtà queste piccole cittadine, dove vivono i beduini forzati, sono vittime della criminalità e della disoccupazione massiccia. Le statistiche sono impietose: i comuni delle townships sono, dal punto di vista socio-economico, i più poveri del tanto decantato Stato d’Israele moderno.
Oren Yiftachel, geografo all’università del Neguev, Beer-Sheva, pensa che lo stato d’Israele attuale non sia proprio uno stato democratico. Lo designa piuttosto come stato “etnocratico”. Dice Yftachel: «Una etnocrazia è un regime non democratico che cerca di estendere o conservare uno sproporzionato controllo etnico su un territorio multietnico conteso. (…) Il dominante gruppo etnico “fondatore” s’impadronisce dell’apparato dello Stato, decide gran parte delle politiche pubbliche e si separa dagli altri gruppi. (…)». Sulla questione dei beduini dei quali è un eroico difensore, il professore (ebreo israeliano) Yiftachel, si esprime così: «Lo Stato ha sempre avuto un unico obiettivo. Per quanto possibile di deportare i beduini in zone sempre più ristrette, giudaizzando quello che rimane. israeleGiudaizzando la terra, giudaizzando le risorse, giudaizzando il potere e considerando la più piccola ombra di rivendicazione all’uguaglianza come una minaccia alla costruzione dello Stato ebraico». Dei 200.000 beduini oggi esistenti in Israele (i beduini palestinesi hanno un tasso di natalità assai elevato: nel 2010, 6 bambini per donna), più di 90.000 sono ritornati, per la disperazione, nei loro antichi villaggi del Neguev. Questi villaggi che Israele chiama “villaggi non riconosciuti” mancano di tutto: acqua corrente e potabile, elettricità, strade, un minimo di servizi di assistenza, scuole, sistema fognario ecc. Israele considera gli abitanti di questi villaggi semplicemente degli squatters e, l’11 settembre del 2011 ha immediatamente adottato un progetto di legge chiamato “Piano Prawer” dal nome di un membro del Consiglio per la sicurezza nazionale. Il Piano prevede che 30 mila beduini saranno sradicati e concentrati nelle townships. In un secondo tempo le terre dei Beduini saranno distribuite a emigranti ebrei “in purezza”! Intanto uno dei “villaggi non riconosciuti”, Al-Arakib, ha subito per ben 29 volte l’assalto dei bulldozer israeliani ma altrettante volte è stato ricostruito. Quando si dice resistenza!•

 

 

da l’altrapagina, ottobre 2013