La lotta di classe continua: al 10% metà della ricchezza

28 Gen, 2014
Categoria:

Sociale

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Bankitalia – cresce la povertà in Italia: +16%28pol2-anziani-poverta-foto-Cristini-

Riccardo Chiari

Ban­ki­ta­lia non scrive che la lotta di classe è viva e la stanno vin­cendo i ric­chi. Però offre i numeri per dirlo, visto che l’indagine bien­nale sui bilanci delle fami­glie segnala un solo dato in con­tro­ten­denza: fra il 2010 e il 2012, in una delle fasi più acute della crisi esplosa nel 2008, il 10% delle fami­glie ita­liane più ric­che ha aumen­tato il suo capi­tale. Dal già rag­guar­de­vole 45,7% della ric­chezza netta fami­liare totale, è arri­vato al 46,6%. La spe­re­qua­zione è gigan­te­sca in entrambi i casi. Ma diventa ancor più rile­vante se para­go­nata al paral­lelo impo­ve­ri­mento della fascia più debole della popo­la­zione: la povertà «pseudo-assoluta», indi­cata con un red­dito di 7.678 euro netti annui per il sin­golo e 15.300 euro per una fami­glie di tre per­sone, ha inte­res­sato nel periodo in esame il 16% dei nuclei fami­liari. Salendo di due punti per­cen­tuali rispetto al 14% del 2010.
Ric­chi sem­pre più ric­chi e poveri in aumento. In un qua­dro gene­rale depres­sivo — la ric­chezza media è dimi­nuita del 6,9% — che nel bien­nio ha visto calare il red­dito fami­liare medio del 7,3% in ter­mini nomi­nali, e del 6% in quello «equi­va­lente». Tra­dotto in moneta cor­rente, metà delle fami­glie vive con meno di 2 mila euro al mese avendo un red­dito netto annuale infe­riore ai 24.590 euro, e addi­rit­tura il 20% ha un red­dito netto annuale infe­riore a 14.457 euro, cioè circa 1.200 euro al mese. Sul fronte oppo­sto, il 10% delle fami­glie porta a casa ogni anno più di 55.211 euro, anch’essi natu­ral­mente al netto di rite­nute e tasse.
pracari.jpg w=820Sui risul­tati dell’indagine, effet­tuata nel primo seme­stre 2013 inter­vi­stando 8mila fami­glie (22mila per­sone), ora pub­bli­cata in un sup­ple­mento al bol­let­tino sta­ti­stico con il titolo «Bilanci delle fami­glie ita­liane», via Nazio­nale invita come da prassi alla cau­tela. Pre­ca­rietà, disoc­cu­pa­zione e inoc­cu­pa­zione mon­tanti, con il con­se­guente aumento della sfi­du­cia, pos­sono aver inciso ancor più in nega­tivo sulle rispo­ste date ai ricer­ca­tori. Sul punto il vice­di­ret­tore gene­rale di Ban­ki­ta­lia, Fabio Panetta, ospite ieri della Adam Smith Society, ha ricor­dato alcuni, bru­tali dati di fatto: «Dal 2007 il Pil è sceso del 9% e la pro­du­zione indu­striale del 25%. Le oppor­tu­nità di lavoro sono dimi­nuite con un numero di occu­pati calato di un milione di addetti. Men­tre il tasso di disoc­cu­pa­zione sfiora il 13%, supe­rando il 41% tra i gio­vani». Al tempo stesso Panetta non ha nasco­sto l’aumento delle spe­re­qua­zioni fra ric­chi e poveri, ricor­dando anche il dato di par­tenza all’inizio della crisi: «Gli indici di disu­gua­glianza sono peg­gio­rati: il 10% delle fami­glie più ric­che dete­neva nel 2012 il 46,7% della ric­chezza, dal 44,3% nel 2008». Infine l’ennesimo monito: «Le con­se­guenze della crisi rica­dono soprat­tutto sui gio­vani, le cui pro­spet­tive si sono offu­scate rispetto alle gene­ra­zioni pas­sate». Con effetti diretti anche sulla com­po­si­zione 8f75bf836ec226528811c86f69b570ab1edd2380b1aaf80a031f3ed2della fami­glia ita­liana: dopo aver segna­lato l’ulteriore pro­gres­sione delle (non)famiglie com­po­ste da una sola per­sona, i ricer­ca­tori di via Nazio­nale non solo con­fer­mano il sor­passo (avve­nuto già nell’ormai lon­tano nel 2000) dei capo­fa­mi­glia anziani rispetto ai gio­vani, ma avver­tono che nel 2012 solo il 9,4% dei nuclei aveva un capo­fa­mi­glia — inteso come per­cet­tore di mag­gior red­dito — con meno di 34 anni, men­tre in un terzo dei casi aveva più di 64 anni. Quanto agli immi­grati, stanno se pos­si­bile ancora peg­gio dei gio­vani: alla affan­nosa ricerca di un lavoro sem­pre più dif­fi­cile da tro­vare, in caso di suc­cesso si accom­pa­gna comun­que un valore mediano di red­dito infe­riore del 40% rispetto a chi è nato in Italia.
Forte anche il diva­rio fra i generi e le diverse aree geo­gra­fi­che: il red­dito indi­vi­duale medio netto da lavoro (auto­nomo e dipen­dente) è infe­riore per le donne (14.263 euro con­tro i 18.670 euro degli uomini) e nel sud e isole (14.982 euro rispetto ai 17.085 del cen­tro e ai 17.729 del nord). Men­tre la for­bice sem­pre più ampia fra ric­chi e poveri viene con­fer­mata dal fatto che il 10% delle fami­glie con il red­dito più basso per­ce­pi­sce il 2,4% del totale dei red­diti pro­dotti, men­tre il 10% di quelle con red­diti più ele­vati per­ce­pi­sce invece una quota del red­dito pari al 26,3%.

Fonte: Il manifesto

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