L’UOMO NUOVO

16 Apr, 2019
Categoria:

Internazionale

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Venezuela, l’uomo nuovo secondo Aristobulo Isturiz, ministro dell’Educazione

 

Venezuela, l'uomo nuovo secondo Aristobulo Isturiz, ministro dell'Educazione

 

di Geraldina Colotti
La piazza è gremita di giovani, venuti ad ascoltare Aristobulo Isturiz, ministro venezuelano dell’Educazione. Con lui, ci sono la vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Tania Diaz e altri dirigenti del PSUV. Siamo a Caracas, nei giorni del sabotaggio elettrico che ha lasciato il paese al buio. Aristobulo è capace di orientare e alfabetizzare, indicando sempre il punto d’azione: non per niente lo chiamano “el profe”, il prof. Al termine del comizio, andiamo a visitare l’Unità educativa Simon Bolivar. Le classi sono sospese anche perché il trasporto non è stato ancora ripristinato, ma la scuola funziona come mensa. Le cuoche, che fanno parte del movimento Cocineras y Cocineros de la Patria- Frente Fernanda Bolaños hanno fatto i salti mortali per arrivare, ma hanno tenuto aperto per i bambini dalle 12 alle 14.“Nel paese – ci spiega il ministro – abbiamo 22.800 scuole provviste di mense, ovviamente gratuite, e un movimento di Cuoche della Patria composto da 78.000 persone”. Erika posa lo strofinaccio e si avvicina: “Qui – dice – diamo da mangiare a circa 200 bambini, lavoriamo in sinergia con tutta la comunità, con le altre organizzazioni popolari, anche questo è un luogo in cui costruiamo coscienza collettiva. Aprire la mensa nonostante questo atto terrorista che abbiamo subito è una dimostrazione di resistenza. Qui nessuno si arrende”.

Il Prof scherza con i bambini, tutti vogliono farsi una foto, poi lo accompagnamo al ministero dell’Educazione, dove si svolge questa intervista.

Nei paesi dell’Unione Europea è in corso da anni una tendenza a privatizzare e a subordinare i sistemi educativi agli interessi del grande capitale. Come funziona nella rivoluzione bolivariana?

Il ruolo della rivoluzione è quello di costruire una società basata su valori alternativi a quelli del capitalismo: giustizia, solidarietà, amore per il prossimo. Nella scuola non basta parlare di uguaglianza e di pari opportunità, bisogna costruire le condizioni affinché vi sia giustizia: un bambino malnutrito o privato dell’affetto in un’età cruciale come quella che va da zero a sei anni, presenterà dei problemi a scuola e non avrà un buon rendimento.Se la famiglia non ha i soldi per comprare i libri o i quaderni, il bambino non andrà bene a scuola. Durante la Quarta Repubblica, bisognava pagare una tassa d’iscrizione. I genitori dovevano fare un versamento in banca e portare un tagliando a comprova. Questo escludeva i più poveri che non mandavano i figli a scuola. Chavez ha messo fine alla pratica dei tagliandi. L’istruzione gratuita ora copre anche gli studi di dottorato e quelli all’estero. Lo Stato fornisce i libri, lo zaino, la divisa per la scuola e quella per le attività sportive, il portatile, e ora stiamo dando anche le scarpe. Ai maestri e ai professori viene consegnato un computer con un programma di aggiornamento incorporato perché la loro formazione sia continua. In ogni scuola ora c’è una biblioteca. Prima della rivoluzione ho visitato molto le carceri, vi andavo ogni fine settimana perché facevo parte della Commissione per gli Affari Penitenziari. C’era molta ingiustizia, molti innocenti. Chiedevo al giudice o alla guardia: perché questi giovani si trovano qui? Si trattava, infatti, soprattutto di giovani. Mi rispondevano: perché hanno rubato, fatto rapine, ucciso… Io ribattevo: no, stanno qui perché non hanno avuto una buona educazione primaria e una corretta educazione affettiva. Le loro mamme, infatti, erano povere, dovevano lavorare per mantenerli e non avevano tempo per curarne l’educazione. Per questo ora nelle scuole pubbliche ci occupiamo di tutti questi aspetti, soprattutto dal prescolare alla materna, e facendo attenzione alla situazione della famiglia al momento della nascita. Per creare condizioni di giustizia, da noi tutti i servizi sono sussidiati: luce, trasporti, gas, la borsa di alimentazione (Clap), che sul mercato varrebbe più di venti dollari, viene venduta alle famiglie a 100 bolivar. Noi crediamo in uno stato di diritto ma anche di giustizia, senza la quale il diritto non può essere effettivo. Il concetto di uguaglianza senza giustizia risulta penalizzante per chi non ha le stesse condizioni di partenza.

Come si articola tutto questo in uno Stato che ha ancora una struttura capitalista?

Ti spiego il ragionamento di fondo, che sta alla base della nostra costituzione. Durante la Quarta Repubblica vigeva la democrazia rappresentativa, intesa fondamentalmente in termini politici. Ma la democrazia non è solo politica, ha anche un contenuto sociale, disse Chavez portandoci a riflettere in altri termini sul concetto di sovranità e di democrazia per come lo vedi formalizzato nella Costituzione bolivariana. Democrazia significa accesso ai diritti fondamentali della persona, intesa come essere sociale: casa, lavoro, salute, cultura. Una democrazia che Chavez definì partecipativa e protagonista, multietnica, pluriculturale e femminista. Un concetto che si contrappone a quello della democrazia rappresentativa perché al carattere rappresentativo noi aggiungiamo la partecipazione e il protagonismo del popolo. Durante il dibattito per l’Assemblea Nazionale Costituente discutemmo molto se aggiungere il concetto di “protagonista”, che ad alcuni sembrava ridondante. Invece no: perché si può partecipare come spettatore, per esempio in un campo di calcio, e non come attore, come giocatore. Per questo, c’è un articolo, il 5, relativo alla sovranità, che lo definisce molto bene. Nella costituzione precedente, quella del ’61, si diceva: la sovranità risiede nel popolo, che la esercita mediante suffragio attraverso gli organi del potere pubblico. In concreto, si andava a votare, si esercitava la sovranità mediante il voto, poi la si metteva in cantina per tirarla fuori, tutta impolverata e piena di ragnatele, cinque anni dopo, e così di seguito. Ora invece la esercitiamo costantemente, ce la portiamo dietro e possiamo tirarla fuori quando ci serve. Non la esercitiamo solo mediante il suffragio per poi ipotecarla nelle mani del potere pubblico e dei suoi rappresentanti: un senatore, un governatore, un presidente eletto… Con l’articolo 5 si stabilisce invece che la sovranità risiede nel popolo e che non è trasferibile e che il popolo la esercita in maniera diretta in base ai meccanismi stabiliti dalla costituzione e in maniera indiretta attraverso il suffragio. Tutti gli organi del potere pubblico nascono dall’esercizio di sovranità. Nei meccanismi stabiliti dalla costituzione, per l’esercizio diretto vi sono due concetti chiave: l’intrasferibilità e l’esercizio diretto della sovranità. Vari articoli definiscono l’esercizio diretto, io di solito ne cito tre. Uno dei più importanti è l’articolo 62. Indica il protagonismo che ogni cittadino e cittadina ha il dovere e il diritto di partecipare alla cosa pubblica, in maniera diretta e indiretta. In maniera diretta nel senso che tutti possono elaborare politiche pubbliche e seguirle, e possono averne il controllo. Questi tre elementi, elaborazione, esecuzione, controllo, sono quelli che definiscono il carattere protagonista della partecipazione. In molti allora, hanno detto: ma così stiamo scrivendo un poema… Allora abbiamo aggiunto un paragrafo che recita: lo stato e la società sono obbligati ad appoggiare il popolo perché sia in grado di esercitare questo diritto. Per questo possiamo investire nella formazione e nella realizzazione del popolo protagonista. Nell’articolo 70, relativo alla partecipazione e al protagonismo, si stabiliscono tutti i meccanismi che li rendono possibili: dall’assemblea delle cittadine e dei cittadini fino al referendum consultivo, abrogativo o revocativo, che abbiamo avuto modo di esercitare in questi vent’anni. Il nostro è uno dei pochi paesi in cui si è svolto un referendum revocativo – che il popolo può richiedere raccogliendo un certo numero di firme tra gli aventi diritto al voto – contro il presidente della Repubblica, Hugo Chavez, e che poi si è trasformato in un referendum ratificativo perché Chavez ha vinto. C’è anche l’articolo 184, l’articolo del trasferimento di competenze e funzioni al popolo organizzato, al potere popolare, che può usarle e esercitarle nel suo spazio di comunità. Al vertice delle Americhe che si tenne in Quebec nel 2001, vi su un gran dibattito tra chi intendeva imporre la democrazia rappresentativa come universale e noi che invece portavamo l’idea della democrazia partecipativa. Chavez allora, si ritrovò solo, ma per noi il concetto di Stato di diritto e di giustizia è rimasto un principio inalienabile. Riguardo l’educazione, il tema della giustizia ha a che vedere con l’identità. Nella Quarta Repubblica, c’erano quasi 7 milioni di persone che non avevano carta d’identità, non esistevano dal punto di vista civile, e non votavano. Per questo, abbiamo creato la Mision Robinson, che ho presieduto e che ci ha consentito di dichiararci in due anni territorio libero dall’analfabetismo, come ha riconosciuto l’UNESCO.

Poi, perché non vi fossero ritorni indietro, abbiamo continuato con la Mision Robinson 2 e ora con la Mision Robinson Produttiva. La Mision Ribas ha consentito il recupero scolastico a chi non aveva finito il liceo. La Mision Sucre ha permesso di municipalizzare le università, di portarle nei territori, scalfendo il concetto elitario e medievale di sapere. Io ho potuto laurearmi perché ho avuto la possibilità di andare a Caracas, tanti altri giovani intelligenti, ma poveri, non hanno avuto la possibilità di farlo. L’università deve andare incontro alle persone, per questo con la rivoluzione abbiamo creato 59 nuove università.L’opposizione dice che così si è abbassata la qualità educativa. E’ vero?

E perché diffondere il sapere a livello di massa dev’essere una truffa? Si può farlo mantenendo alta la qualità. Questo è un ritornello che l’opposizione ripete fin dall’inizio. Ho dovuto recarmi due volte all’UNESCO a difendere il metodo e la qualità educativa delle Misiones, sia dopo l’istituzione della Mision Robinson che dopo la Mision Ribas. Ho detto: il mio paese produce ferro da oltre 100 anni, eppure siamo arrivati al secolo 21 senza avere una struttura produttiva autonoma, perché ci hanno imposto un modello educativo che ci ha costruito come paese dipendente, non come un paese libero che maneggia le proprie risorse. Ci hanno educato a essere un paese venditore di materia prima a basso costo e compratore di cibo spazzatura a caro prezzo. Vendiamo una certa quantità di ferro e ci corrispondono una certa quantità di dollari. La tonnellata di ferro quando viene trasformata, ce la rivendono trenta volte quel prezzo. Per gli economisti, questo avviene per il deterioramento dei termini di scambio. Sono un maestro e non un economista, però a me sembra un volgare sfruttamento. Non c’è qualità senza coerenza. Se io insegno in una scuola per motoristi e ho la ventola dell’aria condizionata che non funziona, se insegno in un laboratorio di falegnameria e non so riparare la sedia nell’aula, meglio chiudere baracca, perché la prima cosa da insegnare ai ragazzi è che s’impara facendo. Veniamo da una cultura della rendita contro la quale stiamo lottando opponendole una educazione liberatrice e emancipatrice nella quale si può imparare facendo. Per questo, qualunque sia la materia, qualunque sia il soggetto della tesi universitaria, chiediamo che venga accompagnato da un progetto produttivo, che dimostri il tuo progetto di vita nella comunità per realizzare il cambiamento per cui stiamo lottando. In questa ottica, le Misiones hanno ora la loro fase produttiva (Robinson Produttiva, eccetera). Nella sua visione elitaria, l’opposizione crede che pensare a come trasformare la società mediante il proprio sapere sia avvilente nei confronti della qualità accademica. Invece il fare dev’essere una componente dell’essere, inteso come essere sociale. Nell’educazione tradizionale, capitalista, si insegna che la componente principale dell’essere sia l’avere, il possedere: dimmi quanto possiedi e ti dirò chi sei, questo è il concetto. Ci hanno inculcato l’individualismo, la logica del si salvi chi può, hanno esacerbato l’io laddove la rivoluzione dice “noi”. L’uomo e la donna da soli non valgono niente, valgono in comunità. Ci hanno inculcato la competizione sfrenata, l’invidia, la trappola, l’intrigo, la slealtà e così hanno costruito una società del tutti contro tutti, una società feroce in cui se devi vendere la mamma per il profitto, lo fai. Noi diciamo che se un compagno cade, è più importante tornare a soccorrerlo che vincere la gara. E se per questo dobbiamo andare più lenti, lo facciamo: arrivare tutti, è molto più importante che arrivare primi.

Perché le università sono spesso il luogo in cui si organizzano le proteste violente dell’opposizione?

Noi abbiamo un sistema universitario di tipo tradizionale, in cui vige l’autonomia universitaria. Il Ministero dell’Educazione è l’organo rettore, che orienta e supervisiona, ma non è il ministero a formare i docenti. Nelle università tradizionali, i professori vengono formati in senso contrario a quello che è lo spirito dello Stato docente in cui crediamo noi. Per questo abbiamo creato una università per formare docenti, e finora lo abbiamo fatto attraverso la Micromision Simon Rodriguez, ma la battaglia non è facile. Non abbiamo tutta la società formata in base ai nostri valori, e quelli che stanno dall’altra parte non sono stupidi. Sanno che la battaglia principale si dà sia nel campo economico che in quello educativo. Così creano malumore dicendo che non ricevono fondi, chiudono le aule, non fanno lezione. Gli sforzi per un cambiamento culturale sono i più difficili: perché si può cambiare la politica, la struttura economica, ma quando si realizza il cambiamento culturale si è fatta la rivoluzione. Il Che Guevara diceva: il fine ultimo della rivoluzione è la formazione dell’uomo nuovo. E per noi non si tratta dell’uomo del futuro, ma dell’uomo e della donna che siamo noi adesso, noi che abbiamo scelto valori diversi da quelli del capitalismo. Ora nel pieno di questa battaglia, di questa polarizzazione, non sembra facile, purtroppo c’è una parte della società che avversa il nostro modello, e la lotta di classe, lo scontro per il potere si esprime anche nell’educazione, Se però vedi come abbiamo resistito in tutti questi anni capisci che è perché abbiamo costruito uomini e donne coscienti di aderire a valori diversi. Sono convinto che Guaidó creda a quel che sta facendo. Per lui, il fine giustifica i mezzi, non gli importa quanto dolore deve imporre al popolo per raggiungere il suo obiettivo. Si è formato in una cultura individualista, il potere per quelli come lui è possedere, non poter fare nella collettività e a favore della collettività. Si sente un capo, mentre è un burattino che non comanda, al pari di un altro fantoccio, degli Stati Uniti e di Uribe, che è l’attuale presidente colombiano Ivan Duque. Per loro, il concetto di identità nazionale, di dignità, non esiste. Per vederlo nella sua vera luce, però, bisogna avere la coscienza che ha il popolo venezuelano, l’amore e la conoscenza della storia. Da noi ogni bambino si identifica con Guaicaipuro, conosce la lotta dei nostri aborigeni. Questo è uno dei pochi paesi che ha la consapevolezza di cosa significhi sovranità.

Come si può affrontare una guerra economica, finanziaria, diplomatica mediatica dormendo con il nemico in casa?

Assumendo il conflitto come dimensione quotidiana, permanente, consapevoli della portata dello scontro e sapendo che possiamo farcela. Questo sabotaggio elettrico, che ha colpito i bisogni primari della popolazione, indica la dimensione dell’attacco a livello globale. L’imperialismo non vuole permettere l’esistenza di un modello alternativo. Il nostro modello stava avanzando molto in fretta. Siamo stati l’unico paese a raggiungere nella metà del tempo le Mete del Millennio, ricevendone ampi riconoscimenti. Ci eravamo convertiti in un riferimento, siamo riusciti a far cambiare i rapporti di forza in America Latina, negli stessi organismi internazionali. Dopo la vittoria di Chavez, sono arrivate quelle di altri presidenti che assomigliavano finalmente ai loro popoli, e si è cominciato a pensare che questo fosse possibile realizzarlo anche altrove: in Brasile, in Argentina…. In Uruguay il Frente Amplio, che ci provava da tanti anni, è andato al governo. In Nicaragua sono tornati a vincere i sandinisti, in Paraguay ha vinto Fernando Lugo, in Honduras c’è stato Zelaya… Dovevano fermarci, e sono riusciti a frenarci, ma non a vincere. I gringos sanno che l’unica maniera di farla finita con il capitalismo è dimostrare che un altro modello è possibile, sanno di essere condannati alla sconfitta. La guerra in corso contro di noi esprime una contraddizione antagonista tra due modelli diversi di sviluppo e di società. C’è una parte del paese che lo intende completamente e che resiste, e un’altra parte che vi si oppone, perché vede la realtà secondo le lenti del capitalismo. La battaglia per l’educazione, per l’educazione dei docenti ai nuovi valori, è fondamentale. A coloro che chiedevano a Simon Rodriguez come si dovesse fare per costruire una repubblica una volta liberatosi del colonialismo, egli rispondeva: costruendo nuovi repubblicani. La prima cosa che un maestro deve avere in testa è il modello di repubblica che intende costruire. Ovviamente questo ha a che vedere con il marxismo, che insegna a costruire rapporti di forza vincenti per le classi popolari. Per una nuova società ci vogliono buoni maestri, e il maestro deve avere coscienza di classe.

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