Peterloo

3 Apr, 2019
Categoria:

Cinema

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Peterloo

Un film molto bello passato inosservato. La lotta di classe tra i lavoratori tessili nella Manchester dei primi dell’ottocento.

Peterloo Credits: andomramblingsthoughtsandfiction.blogspot.com

Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio.
La vera tragedia della vita è quando un uomo
ha paura della luce.

Platone

Ecco un esempio di buon film che (forse proprio perché buono) siamo andati a vedere assolutamente per caso, senza che fossimo incappati in precedenza in una pubblicizzazione della pellicola degna di questo nome nonostante sia appena uscito nelle sale italiane, dal 21 marzo 2019. D’altra parte il motivo è, in parte, sicuramente addebitabile a una nostra negligenza ma principalmente (o, almeno, questo è il sospetto) che Peterloo è uscito nelle sale inglesi poche settimane prima di Bohemian Rhapsody, il film su Freddie Mercury premiato agli Oscar e la cui uscita è stata anticipata da una martellante eco mediatica a livello mondiale, inversamente proporzionale alla qualità in sé del film.

Nulla di strano, dunque, se, al contrario, Peterloo venga proiettato in poche sale e ci si incappi quasi per caso, come si diceva poco prima, dal momento che i contenuti della pellicola di Mike Leigh rischiano di essere assai impopolari in una fase come quella attuale in cui l’ideologia dominante – che è tale in quanto imposta dalle classi dominanti alle masse di lavoratori e disoccupati prostrati da un decennio di crisi e incapaci di una autonoma elaborazione di una visione del mondo – è quella della “fine della storia” ossia il convincimento che alcun mondo alternativo sia possibile e che questo sia il massimo che ci si possa attendere, che bisogna rassegnarsi all’ineluttabile sperequazione e disuguaglianza tra chi può tutto e ha tutto e chi non ha altro che il proprio tempo da scarificare al lavoro o alla ricerca di esso, in una esistenza difficoltosa, che ha introiettato l’idea che la precarietà sia un valore da sfruttare e che ha escluso dall’orizzonte non solo del possibile ma anche del desiderabile ogni speranza di ribellarsi allo sfruttamento e di organizzarsi per costruire una società migliore.

Il film ripercorre l’episodio del massacro di Peterloo. Si tratta di un episodio accaduto nell’agosto del 1819 durante il quale la guardia nazionale inglese e le forze di polizia attaccarono violentemente una grandissima folla di persone appartenenti agli strati più umili della società dell’epoca, riunite pacificamente a St.Peter’s Field a Manchester, per chiedere che venisse approvata una riforma elettorale tale da garantire la loro rappresentanza effettiva in parlamento. Fortunatamente, la scelta della regia è quella di non limitarsi a una mera riproposizione “oggettiva” dei fatti, come troppo spesso accade in casi simili, ma di approdare alla rappresentazione del massacro solamente nella parte finale del film, accompagnando lo spettatore attraverso un lungo crescendo (il film dura 2 ore e mezza) incentrato sulle fasi preparatorie della manifestazione stessa, volto a immergere lo spettatore nella effettiva comprensione dell’accaduto attraverso il suo accurato inquadramento storico, sociale e politico e mostrando tanto il punto di vista degli oppressi quanto quello degli oppressori ma, sempre, indicando chiaramente di parteggiare solamente per i primi.

Si potrebbe dire che Leigh dipinga – nel vero senso della parola, risultando palesi le suggestioni pittoriche in alcune scene del film – con grande maestria le iniquità che intende denunciare tanto nella vicenda presa a soggetto tanto nell’oggi; sceglie coraggiosamente di non ricorrere al suggestivo escamotage (utile, di solito, anche al botteghino) di fare incarnare ad un eroe, ad un super Uomo dal sapore nietzschiano, l’anima della rivolta popolare, rinunciando, in altri termini, a scadere nella retorica del ribelle bello e romantico che, oltre a esacerbare il malsano e imprescindibile bisogno di un “leader” cui accodarsi, mente sulla reale natura dei fenomeni storici che hanno condotto ai grandi rivolgimenti e alle grandi rivoluzioni formate, dunque, non di singoli eroi seguiti da pecore ma di gruppi, avanguardie, masse di persone organizzate e tutte, egualmente, decisive e in grado, col loro agire collettivo e consapevole, di incidere concretamente nella Storia.

Nel film di Leigh non ci sono eroi, non ci sono protagonisti. Ci sono, però, una pluralità di punti di vista e di sfaccettature in quel volgo popolare riportato fedelmente e senza astrazioni attraverso i problemi del quotidiano, il prezzo crescente dei generi alimentari, la fame e i volti storpiati dalla fatica e dalla povertà, la ricerca, a volte istintuale e a volte cosciente, della causa di tanta sofferenza, le reazioni di fronte a essa, ora rabbiose, ora sconfortate, chi cinicamente convinto e rassegnato alla propria pena, chi genuinamente persuaso dalle belle parole di un buon oratore, chi esausto di sopportare e pronto a dare sfogo alla violenza nell’eventualità che si presenti l’occasione di “tagliare finalmente la testa al Re”; sia la gestualità dei personaggi e il loro linguaggio che le numerose scene di confronto e discussione nelle taverne e nelle adunate pubbliche, contribuiscono a rendere un ottimo effetto di straniamento nello spettatore, portandolo a interrogarsi sui numerosi temi e quesiti di volta in volta posti dall’incedere degli eventi.

Allo stesso tempo, tuttavia, nel procedere parallelamente a svelare anche le trame e le agghiaccianti macchinazioni ai danni degli oppressi del nemico di classe, dei ricchi e potenti esponenti della classe nobiliare al soldo e fedelmente prostrati al mantenimento dell’ordine costituito, il regista propone una interessante pluralità di punti di vista senza rinunciare a sottolineare quale giudizio di valore ne viene dato: dall’invertebrato e obeso Giorgio IV all’epoca principe reggente, ai balbuzienti e decrepiti ministri, agli immondi, infami, abietti, turpi e ghignanti magistrati di Manchester sino ai borghesi che, resi ciechi dal rischio di vedersi le botteghe e gli affari rovinati, giungono a invocare a piena voce di sparare sul popolo reo di riunirsi in piazza, tutti quanti vengono dipinti in modo assolutamente spregevole allo scopo, giustamente, di non nascondere la realtà dietro a un dito: nel momento in cui il potere sente tremare la comoda sedia sotto il sedere, non ci pensa un minuto a inventare pretesti per reprimere il popolo, umiliarlo attraverso insulti e false promesse, strumentalizzarlo allo scopo di costruire fatti utili alla propaganda dominante, schiacciarlo come scarafaggi e lasciarlo languire nel proprio puzzo e nel proprio sangue sia che esso sia utilizzato come carne da macello nelle guerre imperialistiche, nelle fabbriche dei padroni o nelle piazze come monito per le teste calde.

È proprio grazie a questo indugiare del regista sulle dinamiche politiche più sottili e complesse, le quali si svolgono senza soluzione di continuità nelle retrovie della lotta di classe, che si consente allo spettatore di comprendere come tutti gli organi delle strutture sociali -governo, magistratura, servizi segreti e di polizia -siano organi al servizio della classe dominante a cui la classe operaia può contrapporre esclusivamente l’unità e la formazione di una propria coscienza autonoma possibile attraverso lo studio e la formazione di intellettuali ad essa organici.

In tal senso è senza dubbio notevole come il regista si sforzi di toccare e sviluppare un aspetto molto complesso quale quello della formazione degli intellettuali e il loro ruolo. Il solo intellettuale che prende le parti della causa popolare è impersonato dall’oratore Henry Hunt proveniente dall’aristocrazia fondiaria e al quale, essendo un noto riformista illuminato, viene affidato il compito di organizzare la manifestazione e incarnare la voce del popolo nel corso della stessa. La cieca fede con cui il popolo e il gruppo dirigente militante di Manchester affidano inizialmente la propria mobilitazione all’esperto Hunt si scontra presto coi limiti naturali insiti nell’incapacità della classe rivoluzionaria di produrre i propri intellettuali e, di conseguenza, nella necessità di sfruttare gli intellettuali esterni alla classe stessa, come Hunt, nel tentativo di formare e diffondere una nuova volontà collettiva egemone, preliminare alla buona riuscita della battaglia intentata.

Ma, utilizzando le parole di Gramsci, “l’elemento popolare ‘sente’, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale sa, ma non sempre ‘sente’”. Questo è quanto anche Leigh mette in evidenza sino a portare lo spettatore all’esasperazione nei confronti del fastidioso protagonismo altezzoso di Hunt ma, al contempo, valorizzando invece la forte tensione morale, il legame intenso, che il gruppo dirigente locale (costituito di giovani e valorosi militanti genuinamente connessi con il sentimento di massa) riesce a stabilire con il popolo, convincendolo a compattarsi nella mobilitazione, mentre resta costernato e confusamente reverente dinnanzi ai belletti linguistici coi quali i meglio vestiti e i meglio istruiti cercano di agitare la sua causa.

Infine, un altro punto, quello fondamentale, sul quale ha il coraggio di insistere questo film – non a caso, lo ricordiamo, bellamente ignorato dai circuiti di distribuzione mainstream – è la questione della violenza sociale. Su questo aspetto, in particolare, si gioca dunque l’ulteriore valenza della pellicola che spinge alla riflessione sui problemi contemporanei, ogni qualvolta una qualsiasi mobilitazione popolare, per quanto informe o disorganizzata, rischi lontanamente di riempire le vie e le piazze delle nostre città viene immediatamente ridicolizzata o sminuita (si veda la derisione contro le recenti mobilitazioni per il clima), ignorata (la quasi totalità delle mobilitazioni organizzate dalle forze anticapitaliste non è mai stata degnata neanche di una frase dai media), repressa (i G8 di Genova, ad esempio, ricordano nulla?).

La vera violenza, sistematica, spietata e chirurgica, non è mai una minaccia che proviene dal popolo. Sono le classi dominanti che hanno sempre, da sempre, legittimato il loro potere attraverso l’uso incessante della violenza: sia quella legalizzata e di “stato” – non è un caso che le forze di polizia, così come le conosciamo anche oggi, siano nate proprio nei tumultuosi periodi successivi alle guerre napoleoniche, momento storico nel quale si innesta appunto anche il massacro di Peterloo – sia quella nascosta che si perpetua nei luoghi dello sfruttamento lavorativo e nella criminalizzazione della povertà.

Il popolo resta attonito di fronte alla insensata violenza delle guerre, che spinge gli oppressi a massacrarsi tra loro senza un reale motivo, così come ben mostra il film nella scena iniziale in cui un soldato inglese, reduce da Waterloo, si rigira su sé stesso senza comprendere né metabolizzare la morte che lo circonda. Ma affinché avvenga che fra gli oppressi regni la pace non è possibile illudersi di evitare di fare la guerra all’oppressore. Le battaglie perse sono quelle che non si combattono, come diceva il Che: sicché anche un massacro come quello raccontato in questo film va ricordato anche per aver segnato l’inizio di una serie di importanti momenti di protesta e di riscossa che hanno segnato tutti gli anni a venire e che hanno contribuito allo sviluppo complessivo e organico della coscienza di classe che ci porterà, prima o poi, alla vittoria.

 da La città futura

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