Prigioniero politico

26 Mar, 2014
Categoria:

Internazionale

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Leonard Peltier, leader dell’American Indian Movement è in carcere negli USA da 38 anni, accusato ingiustamente della morte di due agenti FBI. Arriva Obama in Italia, ricordiamogli il suo caso.

Marco CinqueLeonardPeltierMessage

“L’unico indiano buono è l’indiano morto”, reci­tava il vec­chio ada­gio raz­zi­sta degli wasi­chu (i visi­pal­lidi inva­sori), ma il più grande geno­ci­dio della sto­ria umana è stato declas­sato, dai vari governi sta­tu­ni­tensi, ad un banale, impu­ni­bile e impu­nito «destino Mani­fe­sto». I mas­sa­cri, le depor­ta­zioni, le ste­ri­liz­za­zioni di massa, le leggi raz­ziali, la reclu­sione in ghetti chia­mati «riserve» e le assi­mi­la­zioni for­zate spa­ri­scono nei nega­zio­ni­smi degli sce­riffi pla­ne­tari, per lasciar posto a festeg­gia­menti cele­brati in pompa magna, rilan­ciati nel 1992 in occa­sione del cin­que­cen­te­na­rio della cosid­detta «sco­perta dell’America» («Colum­bus day»), che con­ti­nuano ad offen­dere sia le popo­la­zioni abo­ri­gene che a misti­fi­care la verità storica.
Leo­nard Pel­tier è oggi il sim­bolo della resi­stenza di quei popoli abo­ri­geni oppressi da più di 500 anni. Ame­rin­diano di ascen­denza Oji­bwa Lakota, Pel­tier è stato tra i primi fon­da­tori dell’Aim (Ame­ri­can Indian Move­ment), movi­mento nato per soste­nere e difen­dere le popo­la­zioni native del Nor­da­me­rica. Oggi, quasi set­tan­tenne, Leo­nard sta scon­tando una con­danna a 2 erga­stoli ed è in car­cere da 38 anni.
La sua vicenda risale al 1973, cioè da quando oltre 300 nativi ini­zia­rono una pro­te­sta con­tro gli abusi e gli spos­ses­sa­menti dei ter­ri­tori Lakota, soprat­tutto dopo la sco­perta di enormi gia­ci­menti di ura­nio nell’area di Sheep Moun­tain. Venne per­ciò chie­sto aiuto a Pel­tier e agli atti­vi­sti dell’Aim, per impe­dire que­ste vio­la­zioni. Due anni dopo, nel giu­gno del 1975, durante un festa reli­giosa nella riserva dei Lakota Oglala, a Pine Ridge, alcune auto dell’Fbi prive di targa cir­con­da­rono la zona e ini­zia­rono una spa­ra­to­ria con­tro la gente inerme. I Lakota rispo­sero al fuoco e alla fine sul ter­reno rima­sero tre corpi: due agenti dell’Fbi, Ronald A. Wil­liams, Jack R. Coler e un indiano, Joe Stuntz. Natu­ral­mente per il nativo ucciso non venne aperta alcuna inchie­sta, men­tre per i due agenti furono inda­gate tre per­sone, tra cui Leo­nard Pel­tier. Nono­stante un accu­rato rap­porto bali­stico della stessa Fbi rive­lasse che i pro­iet­tili non pote­vano essere stati spa­rati dall’arma del lea­der dell’Aim, il destino dell’imputato Lakota era già irri­me­dia­bil­mente segnato, poi­ché il pro­cesso si svolse a Fargo, città sto­ri­ca­mente nota per essere anti-indiana e molti testi­moni furono pesan­te­mente minac­ciati dall’Fbi, per non par­lare delle ver­sioni con­tra­stanti degli agenti accu­sa­tori. Il dibat­ti­mento fu una farsa pre­sie­duta da un giu­dice raz­zi­sta e una giu­ria com­po­sta esclu­si­va­mente da gente bianca, che non esitò a con­dan­nare Pel­tier al car­cere a vita.
free-leonard-peltierDa allora la causa di Leo­nard è stata soste­nuta e divul­gata in ogni parte del mondo (spesso sul mani­fe­sto) da nor­mali cit­ta­dini, asso­cia­zioni e per­so­na­lità quali il Dalai Lama, Desmond Tutu o arti­sti come Rob­bie Robertson, Bruce Spring­steen, Lit­tle Ste­vens, Pete See­ger e tanti altri. La sua vicenda è stata nar­rata anche nel film docu­men­ta­rio del 1998, «Inci­dent a Oglala», per la regia di Michael Apted. Ma la cam­pa­gna in suo soste­gno ancora con­ti­nua, sia negli Stati uniti che in Europa: lo scorso 6 feb­braio, a Bar­cel­lona, è infatti ini­ziato un pre­si­dio per­ma­nente davanti al Con­so­lato degli Usa, men­tre in altri paesi euro­pei è stata pro­mossa una nuova rac­colta di firme, con un appello al pre­si­dente degli Stati uniti. Già negli anni ’90 Clin­ton aveva deciso di fir­mare per la libe­ra­zione di Pel­tier, ma le pro­te­ste dell’Fbi lo hanno fer­mato. Chie­diamo ora ad Obama di fare ciò che Clin­ton non ha avuto la forza di fare.E’ possibile firmare la peti­zione per chie­dere la gra­zia qui
In car­cere Leo­nard è diven­tato un bravo pit­tore auto­di­datta, cer­cando di fare qualcos’altro che non fis­sare le quat­tro pareti che ne impri­gio­nano il corpo. I volti del suo popolo, gli ani­mali sacri e la risco­perta delle sue radici ance­strali gli danno una fede e una forza inte­riore che gli per­met­tono di resi­stere, di aprire var­chi di colori attra­verso il muro, di guar­dare oltre il loculo di cemento in cui è costretto ad abi­tare. In una sua poe­sia, inti­to­lata «Pec­cato abo­ri­geno», Leo­nard denun­ciava la repres­sione fisica e anche cul­tu­rale per­pe­trata con­tro la sua gente: «…siete col­pe­voli solo di essere voi stessi / di essere indiani / di essere umani / è la vostra colpa a ren­dervi sacri».
Sit-in a Roma
In occa­sione della visita del pre­si­dente Obama, in que­sti giorni a Roma, a Roma, pre­si­dio del comi­tato di soli­da­rietà a Leo­nard Pel­tier in occa­sione della visita del pre­si­dente Barack Obama. La mat­tina in piazza San Pie­tro e dalle 16,00 davanti all’ambasciata Usa di via Veneto. Par­te­ci­pano alle pro­te­ste il movi­mento No Muos, la con­fe­de­ra­zione Cobas, il Coor­di­na­mento uni­ver­si­ta­rio e l’Unione degli Stu­denti. per infor­ma­zioni su ini­zia­tive e mani­fe­sta­zioni pro-Peltier: cslpbarcelona@​gmail.​com

leonard01

Il manifesto 26 marzo 2014

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