Tabula rasa in Bolivia

15 Gen, 2020
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In Bolivia l’anno inizia con purghe e arresti di dissidenti

L’esilio forzato di Evo Morales, che si è trasferito dal Messico in Argentina a fine 2019 come rifugiato politico, non è bastato alla senatrice Jeanine Añez, presidente pro tempore, la quale ha avviato una fase di epurazioni che non risparmia nessuno: dopo la rimozione dei rappresentanti indigeni dal parlamento, a pagare lo scotto del rapporto con la passata amministrazione sono giornalisti e medici, uomini e donne.

Tabula Rasa

Secondo un’inchiesta di Mint Press News, testata indipendente, Marcelo Hurtado presidente di ATB Network è stato arrestato con l’accusa di evasione fiscale.

Oscurata Tele Sur, emittente di Caracas, mentre altri giornalisti sarebbero rimasti feriti da colpi di pistola e torturati in cella.

La corrispondente di Al Jazeera’s è stata colpita da un lacrimogeno in viso mentre riprendeva le cariche della polizia durante la repressione di novembre 2019.

Il pugno di ferro non avrebbe risparmiato medici ed ospedali: Mirtha Sanjinez, amministratrice del Montero Hospital, che aveva autorizzato il trattamento dei dimostranti feriti, è stata ripresa in manette a Santa Cruz, scortata da due membri mascherati delle Forze Speciali.

Fonti governative riferiscono che sia accusata di aver coperto l’identità di un guerrigliero FARC.

Smantellata l’intera équipe dei medici cubani messi a disposizione degli ospedali: 700 rimpatriati a forza, di cui 143 lavoravano al nosocomio di Cochabamba, rimasto senza personale medico.

Una severa punizione inferta alla città che è stata la roccaforte del MAS, il partito di Evo.

La differenza sostanziale tra la repressione cilena e quella boliviana, sussiste nel fatto che in Cile abitualmente spariscano gli oppositori, una sorta di “lupara bianca” che ha sempre accomunato Cile e Argentina durante i regimi militari.

Tattica ripresa negli ultimi mesi durante le rivolte contro il carovita. In Bolivia, invece di ricorrere ai desaparecidos, si preferisce dare la massima risonanza agli arresti, come monito per i dissidenti.

La ministra delle Comunicazioni Roxana Lizarraga ha dichiarato che l’obiettivo dello stato è di smantellare l’intero apparato della propaganda di Morales.

Per dare un segnale chiaro di cambiamento, il governo provvisorio si è affrettato a riprendere i rapporti con gli Stati Uniti, e nominare un nuovo ambasciatore dopo l’ultimo richiamato in patria nel 2008.

L’USAID è stata incaricata di monitorare le prossime elezioni presidenziali fissate per il 3 maggio; alla luce dei tumulti avvenuti dopo che l’OAS (Organizzazione Stati Americani) aveva riscontrato irregolarità durante l’interruzione nella conta delle schede elettorali di ottobre 2019, è lecito sollevare seri dubbi sulla loro imparzialità.

In quella circostanza, come ho già scritto, non venne preso in considerazione il fatto che lo stallo potesse essere dipeso dagli abituali ritardi nella consegna delle urne provenienti dalle zone rurali più lontane, le quali sono sempre state per tradizione lo zoccolo duro di Evo Morales e Álvaro García Linera.

Difatti dopo la ripresa della conta, Morales risultò vincente per 11 punti di scarto in percentuale, determinati presumibilmente dai voti delle suddette aree rurali a lui fedeli: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/10/bolivia-forse-non-sapremo-mai-cose-accaduto-realmente-ma-qualche-certezza-purtroppo-ce/5606540/

L’incertezza più pesante che grava sul nuovo anno in Bolivia, è determinata dal fattore economico: il boom raggiunto durante il primo mandato di Evo, fu favorito dall’export delle materie prime, soprattutto petrolio e gas naturale, e dal loro costo elevato. Il PIL raggiunse la vetta dell’8% per assestarsi poi intorno al 5%. a fronte di un’inflazione del 5,5%.

Le riserve monetarie accumulate (circa 15 miliardi) consentirono un solido welfare e il tasso di povertà medio declino’ dal 59.6% del 2005 al 36.4% nel 2017.

Morales seppe coniugare il controllo governativo con una liberalizzazione moderata nel campo dell’estrazione, attraverso un sistema misto di cooperative statali e private.

Il calo dell’export delle materie prime incise però sui profitti, causando le proteste dei nuovi imprenditori nel 2016, che sfociarono nei disordini culminati con il linciaggio del vice-ministro degli Interni.

Attualmente, il deficit della bilancia dei pagamenti è oltre il 5% del PIL, ma tornare a una deregulation sfrenata come vorrebbe il ceto medio-alto che è dietro il golpe di novembre, annullerebbe ciò che resta dello stato sociale boliviano.

Il neoliberismo è il virus che affligge l’America Latina a cicli periodici, e gli ultimi fatti cileni ne sono la prova lampante.

da Contropiano

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