Verso il futuro

23 Lug, 2019
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Prevedere, pianificare, sviluppare, correggere e reiniziare da capo

di Pierluigi Fagan

 

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Nel 2018 il numero di articoli scientifici scritti da cinesi, che sono stati pubblicati superando le varie peer review, è stato per la prima volta pari a quello degli americani. Nel 1996 erano un decimo di quelli americani, solo negli ultimi dieci anni sono raddoppiati. Praticamente pari anche l’indice di citazione che -all’ingrosso- indicherebbe l’influenza o importanza dei contenuti espressi. Sono appena cinque gli anni stimati nei quali i cinesi supereranno di gran lunga gli americani per investimenti, persone impiegate nello sforzo scientifico, articoli pubblicati e citati. Il milione e mezzo di cinesi impiegato nella Ricerca&Sviluppo (R&D), è già oggi superiore a quello di americani e somma di tutti gli europei. Ma “somma degli europei” è un dato meramente statistico in quanto non esiste una vera unica comunità aggregata di scienziati o tecnici europei in quanto Europa non è un unico stato ed il problema si nota poi a valle in termini di brevetti che rimangono nazionali.

I cinesi poi sono iscritti nel sistema asiatico, in cui anche indiani, coreani e giapponesi ed altri, stanno perseguendo la stessa strada. Le sinergie di sistema quindi accresceranno i relativi impeti di crescita.

Ogni anno, i cinesi sfornano lo stesso numero di ingegneri che oggi vivono in USA e -negli ultimi anni- hanno sistematicamente triplicato rispetto al proprio Pil (che è altino sebbene qui in occidente si continuino a far titoloni sul fatto che crescono “solo di più del 6% annuo” essendo per volume la seconda economia del mondo), i loro investimenti annui in R&D.

Il tutto proviene non da improvvisazioni e non dal mercato. Nel 1983 una allarmata Accademia delle Scienze di Pechino, va a conferire con Deng Xiaoping dicendogli che la Cina, rispetto al resto del mondo, sulla scienza e la tecnica, stava a “carissimo amico”. Ne nacque il Programma 863. E da questo sforzo pianificato, oltre a quanto segnalato, sono venuti anche: 1) il programma spaziale di cui la missione su la “dark side of the moon” è stata una simpatica dimostrazione di efficienza nonostante la Cina sia fuori dal programma ISS (il lander, essendo sulla faccia nascosta della Luna, non poteva ricevere segnali diretti dalla Terra e quindi i cinesi hanno dimostrato di saper triangolare le comunicazioni, il che non è poco); 2) una crescente leadership nei supercomputer per potenza di calcolo; 3) una ormai irraggiungibile leadership nella scienza dei nuovi materiali; 4) la leadership nell’export dei beni high-tech. Ricadute visibili anche sul piano militare di cui citiamo solo il programma che prevede 7 portaerei atomiche operative (vs 11 americane) al 2030. Sul piano commerciale, Huawei da sola investe in R&D la metà di quanto investa in totale l’Italia.

Ma partiti sul pratico con la ricerca applicata ossia con ricadute immediate di produzione, ora i cinesi si stanno volgendo anche alla ricerca di base, quella che parte senza sapere cosa vuole trovare ma che poi diventa precondizione di sviluppo per tutto il resto. Nel 2030 garantiscono di inaugurare il più grande acceleratore di particelle al mondo, con energie sette volte superiori al LHC di Ginevra, mentre hanno già inaugurato il più grande radiotelescopio al mondo oltreché esser anche co-leader (coi giapponesi) nella scienza dei neutrini che potrebbe cambiare alcuni assunti del modello standard di astrofisica. Grandi sviluppi si segnalano anche in biologia, alcuni anche un po’ inquietanti.

La scienza cinese punta oltretutto ad una maggiore internazionalizzazione, a farsi cioè “ambiente” che attrae talenti da tutto il mondo e mischia le competenze dirigendo le danze. In più, sta sviluppando programmi di cooperazione scientifica che vende a pacchetto con l’adesione alla BRI, portando piccole e periferiche nazioni altrimenti escluse dallo sviluppo scientifico ormai guidato da possenti investimenti, a poter beneficiare dell’appartenenza a sistemi più ampi. Ma inevitabilmente, ciò costruirà anche una inarrivabile egemonia di sistema con al centro il Paese di Mezzo.

Se ne deducono tre cose.

1) Nel mondo complesso si va prevedendo, pianificando, sviluppando e non con l’aria di chi improvvisa alla giornata.

2) L’agente del processo è pubblico e non privato. Il mercato fallisce sistematicamente sul campo poiché non sviluppa ricerca di base, privatizza le conoscenze, non aspetta i tempi del lento sviluppo necessario ai processi complessi, pretende addirittura gli obiettivi ex ante l’investimento (molte scoperte sono serendipiche ovvero si scoprono cose quando se ne cercavano altre), non vuole reinvestire gli utili in programmi di ricerca -oltretutto e spesso- a lungo tempo e dal risultato non garantito, anche la più grande azienda non ha massa di investimenti competitivi (ammesso abbia la capacità di trattenersi da distribuire gli utili e nel qual caso non si capisce cosa ci fa in Borsa) con quelli di un grande stato.

3) Il futuro è delle potenze e le potenze sono stati, grandi. Non che gli altri scompariranno ovvio, ma una realistica visione delle gerarchie dice che l’ambiente-mondo sarà comandato dalla megafauna.

Forse a qualcuno non sarà chiara la sequenza che dalla scienza teorica porta a quella applicata, da questa alla tecnologia, da questa allo sviluppo economico e da questo alla teoria delle dipendenze di sistema che a valle arriva all’equilibrio ed al benessere delle nazioni e financo ai brandelli della sempre minor “sovranità” di cui ci lamentiamo. Pazienza, del resto regola del gioco è che si vince se lo si sa giocare. Per tutto il resto e per sfogare la frustrazione da periferia sempre più impotente e subalterna, c’è sempre facebook.


[Le info riportate sono prese da P.Greco, La scienza del dragone, MicroMega-Scienza ora in edicola]

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