Vite in vendita a due euro l’ora

16 Apr, 2019
Categoria:

Cultura, Ultim'ora

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Vite in vendita a due euro l’ora

Documentarista dallo stile incisivo ed essenziale, precedentemente noto per aver girato il documentario Biutiful cauntri -dove affrontava il tema della crisi dei rifiuti in Campania e dell’inquinamento nella regione italiana, focalizzandosi sui problemi delle innumerevoli discariche abusive, dell’ecomafia e delle conseguenze dell’inquinamento- Andrea D’Ambrosio, autore di Due euro l’ora, ha affrontato, per la prima volta nel 2016, la regia di un’opera di finzione. Scelta non sempre facile ma, in tal caso, rivelatasi vincente.

Partendo da un drammatico fatto di cronaca – l’incendio di un materassificio clandestino, allestito in un garage seminterrato di un palazzo, nei pressi di Montesano sulla Marcellana, di proprietà di Biagio Maceri, e in cui trovarono la morte la giovanissima Giovanna Curcio, di qiuindici anni, e Annamaria Mercadante, che di anni ne aveva quarantanove: due delle lavoratrici sfruttate da Maceri – D’Ambrosio costruisce un dramma essenziale, concettualmente lucido ed emotivamente livido, dalle cadenze frammentate, come istantanee di una realtà priva di solidi ancoraggi, confusa, magmatica, continuamente scossa dal rapporto conflittuale che i protagonisti hanno con le loro stesse esistenze. Dirige con la mano del documentarista esperto, D’Ambrosio, e dunque capace di non inciampare nelle, pur sempre in agguato, trappole dell’enfasi retorica, di cui è inevitabilmente disseminato il profilmico quando si trattano argomenti tanto delicati e tragici.

Qualche ingenuità di sceneggiatura e qualche didascalismo di troppo, ad evidenziare, nella scrittura, la drammatica vicenda esistenziale dei protagonisti e la misera condizione sociale in cui essi stessi si trovano a vivere e a lottare, nulla tolgono ad un film che mette al centro i sempre più spinosi temi dello sfruttamento del lavoro – soprattutto, del lavoro minorile e della donna – della disoccupazione crescente e del costante ricatto padronale. Specie qui, nel Mezzogiorno d’Italia!

Non poco, se si pensa al desolante panorama che offre un cinema italiano la cui vocazione principale è, ormai da anni, la commediola frivola, popolata di tronisti, soubrettine televisive e attori che mirano al guadagno facile; o, quando va bene, il dramma a tinte rosa, intimista e sentimentalistico, con appena accennati e rari echi, provenienti da un sociale che sembra dimensione lontana e dimenticata.

Il cosiddetto cinema politico – definizione errata, come diceva Volonté, perché ogni film è politico: anche le commediole frivole – lo abbiamo relegato alla storia degli anni settanta o consegnato alla memoria poetica del neorealismo. D’Ambrosio, invece, ne riscopre il valore, i temi, le necessarie concordanze epocali, e ci consegna un film che vuol tornare a farci riflettere sui problemi legati alla quotidiana battaglia per la vita.

La trama è semplice e complessa, come semplice e complesso è il quotidiano di chi è costretto a barcamenarsi per sopravvivere. In un paese del Sud, due donne diverse per età ed esperienze, si incontrano. Rosa è una ragazzina di 17 anni, aggrappata ad un amore adolescenziale che, spera, la porti lontano, anche da un padre con cui non riesce a parlare. Gladys, circa 40 anni, è tornata dal Venezuela con pochi soldi, è nubile, lavora ed ha abdicato a quasi tutti i suoi sogni. Fino a quando incontra Aldo che le fa credere alla possibilità di una vita nuova. Ma è solo un’illusione.

In un laboratorio sotto il livello stradale, senza finestre, vessate da un padrone che vorrebbe essere simpatico ed elegante, ma che è rozzo e manesco, Rosa e Gladys confezionano tessuti e tute sportive. Tutto per 2 euro l’ora. Sullo sfondo della vita del paese, Rosa e Gladys sperano che qualcosa intervenga a cambiare le loro esistenze. Ma un incendio divampato accidentalmente nella fabbrica, le coglierà di sorpresa.

Dunque, come dicevamo all’inizio, una pellicola che impone una riflessione profonda, parlandoci dell’attuale desertificazione sociale e morale, della cancellazione dei diritti, del violento sfruttamento padronale e del sovrapprezzo imposto al corpo della donna: conseguenza di una condizione femminile mai affrancatasi dalle logiche implicite al binomio Capitale/Maschilismo. Ma soprattutto, un film che ci mette a confronto con la ancor più drammatica condizione del lavoro nelle periferie del Sud.

Immagini che sinsinuano tra le ferite aperte della solitudine e della disillusione, lasciandone trasparire il dolore, la mancanza, la rabbia, il frustrante squallore esistenziale per una condizione sociale ed umana mai riscattabile.

Un film in chiaroscuro, sulle anime e sulla carne del meridione. Di quel Sud Italia abbandonato da uno Stato colonialista e colluso con un padronato di stampo ottocentesco. E dove la speranza è, ancora una volta, affidata all’emigrazione. Un meridione, in cui gli effetti della colonizzazione economica si riverberano, irrimediabilmente, anche sulle relazioni sentimentali, soggette alle crudeli regole del mercato e della merce. Quel Mezzogiorno dove la merce umana ha meno valore di quella prodotta, e il cui prezzo è acquistabile come la miseria. Due euro l’ora. Vite in debito, con il mondo e con sé stesse.

Una pellicola, quindi, che ci attraversa epidermicamente, lacerando coscienze troppo assopite e stanche ai giorni nostri.

Gli interpreti -cui, vorrei sottolinearlo, andrebbe un plauso a prescindere, per aver permesso, con pochi soldi, di realizzare un film coraggioso, specie in anni in cui lo stesso lavoro degli attori è sempre più precario e sottoposto a ricatto- danno un contributo non certo secondario, con una recitazione che, pur risentendo di una chiara impostazione teatrale, risulta efficace e in grado di proiettare sul film l’ombra di quell’angoscia esistenziale che stringe alla gola ogni essere umano, costretto a vivere sul baratro della precarietà.

Chiara Baffi dà vita ad una Gladys ingenua e sognatrice, vitale e non priva di una certa risolutezza, pronta a credere nell’illusione di un amore che spera le cambi la vita ma da cui verrà, ancora una volta, disillusa. Alessandra Mascarucci è una Rosa irrequieta e arrabbiata, in conflitto con sé stessa e col padre, un Massimo De Matteo misurato, tenero, frustrato e deluso, in ansia costante per la figlia: forse il personaggio più riuscito. Paolo Gasparini, nel ruolo di Aldo – fidanzato di Gladys – è un uomo apparentemente in lotta contro le ingiustizie del mondo e del sistema, ma in fondo egoista, ambiguo e ingannatore: tradirà Gladys con Alina (Alyona Osmanova), un’immigrata dell’est, e perciò costretta a vivere un’esistenza doppiamente precaria, anch’essa sfruttata da Enzo – il padrone della fabbrica – che la licenzierà non appena scoprirà che la donna è in attesa di un bambino.I

nfine, Peppe Servillo dona al suo mefistofelico padrone tutta la viscida crudeltà e il cinico sarcasmo di chi sa di poter gestire gli altrui destini, “giocando” con fragili vite in vendita. Bene anche Davide Schiavo, il ragazzo di Rosa, costretto ad emigrare in Svizzera per trovare lavoro. Da non dimenticare Antonella Morea e Patrizia Di Martino, nel ruolo di due operaie. La prima, disincantata e venata di un’amarezza che si stempera nell’ironia. La seconda, donna concreta, dura, in credito con la vita e con gli uomini, ma dal marcato sentimento materno. Belle le musiche del compianto Fausto Mesolella, che fu indimenticato chitarrista della Piccola Orchestra Avion Travel.

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